Giorno 98 – Tra gli alberi, per sempre

 Mi stesi sopra un argine 

Dove posava addormentato Amore; 

Di tra l’umide canne udii

Pianti, pianti

Allora andai verso una landa

E verso solitudine,

Verso i cardi e gli spini del deserto;

Ed essi mi narrarono

Come avvenne che furono ingannati,

Scacciati e costretti alla castità     

   William Blake 

Da che mondo è mondo, i primissimi mesi di vita di un albero sono di gran lunga più insidiosi dei secoli che seguiranno. Dovete sapere che una grande quercia nasce da un minuscolo seme, che noi umani chiamiamo ghianda, e che le cinquantamila ghiande prodotte da un solo albero vengono inghiottite da bestie ingorde o risucchiate da anfratti angusti. Fu così che il signore della foresta, dal lunghissimo nome impronunciabile Zlighuogouogoulioguosuogthst, decise lì sul momento di creare le stagioni. Non vi starò a spiegare l’altezza o il peso delle chiome né vi narrerò del complicato processo di germinazione, sappiate però che all’interno di un bosco potreste imbattervi nell’eco di spiriti vagabondi. Quando avvertite uno scricchiolio alle vostre spalle è un albero che ridacchia, se sentite un respiro tra i capelli è la mano legnosa di un ramo che vi accarezza. Il vento aiuta la riproduzione, per questo ci sono fiori femminili e fiori maschili. Ora, le radici degli alberi sono ben piantate a terra, e gli alberi, nonostante cantino, abbraccino e parlottino tra loro, sono obbligati a risolvere problemi piuttosto complicati, ad esempio come disperdere i semi e il polline. Ecco il motivo dell’esistenza di bacche e frutti carnosi, dall’aspetto invitante. Fu così che, da che mondo è mondo, gli amanti finirono per incontrarsi tra gelsi, sambuchi, prugnoli, noccioli… Come la deliziosa Tisbe e il coraggioso Piramo.

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Tisbe di William Waterhouse 

Dovete sapere che i due furono costretti a sussurrarsi frasi d’amore attraverso la crepa di un muro che divideva le loro dimore. Parole pregne di poesia, gonfie di melodie struggenti. Un giorno i due sventurati si dettero appuntamento sotto ad un gelso, Tisbe arrivata per prima incontrò una leonessa dalle fauci ancora imperlate di sangue, e si sa le leonesse non scherzano, ad ogni modo l’incantevole fanciulla riuscì a sfuggire dalle grinfie dell’animale, mettendosi in salvo in una grotta. Nella fuga Tisbe perse il velo, che venne stracciato dai denti della leonessa. Quando sopraggiunse Piramo non trovò che le orme di una belva feroce e il velo insanguinato. Rapito dai più cupi pensieri, raccolse i brandelli rimasti e si avvicinò al gelso, e, come l’attore di una tragedia, estrasse il pugnale e se lo conficcò nel ventre. Nel frattempo Tisbe, tornata nel luogo dell’appuntamento, si ritrovò dinanzi ad una scena raccapricciante: lì, steso nell’erba, c’era il corpo esanime dell’amato immerso in una pozza di sangue. Macchie cremisi avevano intriso le bacche del gelso, che ora non apparivano più cristalline ma scure, quanto piccoli rubini. Tisbe, presa dalla disperazione, baciò il viso di Piramo, che per alcuni istanti aprì le palpebre per poi chiuderle per sempre. Riconobbe il proprio velo e straziata da tanto dolore, si tolse la vita con il pugnale di Piramo. Il gelso, non potendosi muovere, era stato suo malgrado uno spettatore silente, ma in quel preciso istante il  cuore di cellulosa iniziò a pulsare e la linfa a correre svelta dalle radici alle punte dei rami. I frutti polposi della pianta si fecero sempre più scuri per serbare la vera storia  di Piramo e Tisbe. Pochi sanno che i due riposano uniti sotto le coperte di una radura tempestata di alberi, foglie e naturalmente radici.

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Foto di Recuenco

Non vi narrerò di come gli uccelli si cibino del frutto rosso del tasso, né vi dirò che il seme, velenosissimo, attraversa il loro stomaco senza venirne intaccato. No, vi accennerò piuttosto di alcuni spiriti che vivono nell’entroterra giapponese. Il grande Zlighuogouogoulioguosuogthst e la sua sposa Aigoolmnelngotlstoltoltggeyeee non sarebbero d’accordo,  per loro stessa ammissione non amano quando proviamo, invano, a pronunciare i loro nomi e si adirano quando si cerca di dare un appellativo alle cose che non capiamo. Ad ogni modo, non mi fermerò dinanzi alle loro obiezioni. Che stavo dicendo? Ah sì, in Giappone, ci sono dei piccoli spiriti che dimorano tra le cortecce degli alberi, alcuni li definiscono Kami, altri li chiamano Kodama. Dal momento in cui nasce un albero il Kodama lo protegge dalla pioggia, dagli insetti e dall’affascinante, non meno pericolosa, edera. La battaglia persiste per anni, fin tanto che l’acqua non scorrerà più dalle foglie alle radici e l’albero smetterà di respirare, per sempre. Gli spiriti delle foreste hanno in serbo altre sorprese, e dal legno decomposto nascerà un tappeto di spore, muschio e ancora felci.

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Il tempo non muore mai…

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