Giorno 138 – credere

La ripropongo 

Kate chiuse gli occhi e tornò indietro con la memoria, a  quando con un dito sceglieva la meta dove avrebbe trascorso il pomeriggio: la cameretta, il cortile, la cantina, il giardino. Ad un tratto avvertì il tepore del sole, quel vento che segnava l’inizio dell’inverno. 
Con movimenti lenti e il viso tempestato di rughe, fece un bel respiro,  girò il mappamondo e, con lo stesso gesto di quando era bambina, scelse il suo ultimo viaggio: NUOVA ZELANDA.
Nonostante i figli e i nipoti cercassero di dissuaderla da quell’idea tanto assurda, Kate non si perse d’animo. Arrivò all’aeroporto di Gatwich alle 4 del mattino, e dopo due ore era già in volo verso Dubai. Sull’aereo non toccò cibo, e preferì guardare dal finestrino quella terra così lontana che l’aveva sempre protetta e accudita come una madre.
Una volta giunta all’aeroporto di Dubai International, attese altre sette ore per il prossimo volo per Melbourne.
Il tempo per Kate era importante quanto un francobollo per una lettera. Ancora una volta non si dette per vinta, gironzolò a lungo per i negozietti e scambiò quattro chiacchiere con i viaggiatori, che come lei transitavano negli aeroporti.
Sorseggiò una tazza di tè con una fetta di torta, in compagnia di una famigliola fracassona come il suono delle fanfare, ma a Kate non dispiaceva ed in fondo non ci sentiva più tanto bene.
Quattordici furono le ore per arrivare a Melbourne, e quattordici furono i compagni di quella avventura. Sì, Kate l’aveva contati, e per una volta si sentì appagata e sollevata di trovarsi in un luogo semi deserto. Dopo tanto tempo riuscì perfino a dormire. Sognò la tana di un coniglio bianco.
Una volta giunta all’aeroporto di Tullamarine, a Kate il tempo sembrò passare rapidamente, sebbene dovette attendere altre undici ore, tra attese e volo, per vedere Aukland.
 
Régine viveva in un piccolo e sperduto villaggio tra i boschi e sognava di raggiungere la leggendaria foresta di Broceliande, dove si narrava vivesse Merlino. Sì,  avrebbe voluto partecipare ad un grande avventura, fatta di prodigi, presagi e poteri soprannaturali.
Le ore erano scandite dal suono della campana, e quando Régine non era con la schiena piegata sui campi, aiutava la madre nelle faccende domestiche.
In quei primi giorni invernali gli abitanti pregavano o digiunavano per scongiurare il peggio. Persi nelle loro superstizioni, al calare delle tenebre si rifugiavano in casa, sbarrando porte e finestre.
Così Régine era costretta ad andare a letto presto; mangiava una sbobba di farro e miglio, scioglieva le trecce brune, illuminate da una flebile luce proveniente da una candela di sego, e si rannicchiava in un piccolo angolo del letto, condiviso con la madre e la sorella maggiore.
In una notte buia e tempestosa le tre donne sentirono bussare alla porta, sulle prime, spaventate, si armarono di pentole e ramazza. La madre prese in mano la situazione e urlò con un groppo alla gola: “Chi è?”
Da fuori rispose una voce maschile: “Sono Laurent de Fougères…”
Quando aprirono la porta trovarono un cavaliere in ginocchio. Lo aiutarono ad entrare e, dopo aver tolto la pesante armatura, gli posarono sulle spalle una vecchia coperta sgualcita. Un tozzo di pane e una zuppa di farro fecero tornare la lingua al giovane, che ringraziò tutte loro con le lacrime agli occhi. Dopo due giorni di riposo, Laurent de Fougères  fu pronto a raccontare cosa lo avesse spinto in quel villaggio dimenticato da Dio.
Vagava da settimane… partito dal sud della Francia, era rimasto senza cavallo e compagni per i molti nemici e briganti incontrati lungo il cammino. Ma, prima di arrivare al castello, voleva raggiungere a tutti i costi le foreste nascoste di Broceliande. Un’antica leggenda, infatti, raccontava di una fonte prodigiosa che avrebbe salvato il regno dalla pestilenza proveniente dal mare. Solo Régine credette a Laurent de Fougéres, e solo Régine tra le donne presenti avrebbe voluto accompagnare il giovane.
48 ore separavano Laurent dal suo destino, e 48 sarebbero stati i giorni più freddi dell’anno per il piccolo paese sperduto tra i boschi.
Quella notte Régine sognò una mano anziana sfiorare una piccola sfera trapuntata di strani paesi… una sorta di mappa circolare.
 
Simona cercò su internet le mete più disparate, quelle costose, impossibili da raggiungere. Talvolta sognava di poter viaggiare su uno di quei treni lussuosi dall’arredamento anni trenta. Quei treni che attraversavano lande desolate, insenature strettissime, canyon… quei treni che ti facevano capire quanto fosse bellissimo il mondo con le sue coste e i paesaggi mozzafiato.
Simona pensava a come sarebbe stato affascinante attraversare il fiume Kway o perdersi in un territorio innevato tra renne e case di ghiaccio.
Per schiarirsi le idee camminò per ore, attraversando strade e piazze, superando chiese e palazzi. Ed infine giunse al parco. Lì le foglie, come ogni anno, la sorpresero. Nonostante l’inverno fosse alle porte, i colori autunnali non erano del tutto spariti.
Un coniglietto bianco sbucò dalla tana e le fece l’occhiolino; spinta dalla curiosità lo immortalò in un angolo sicuro della memoria. TIC TAC.
Simona raccolse un po’ di foglie: rosse, gialle ed arancioni. E dimenticò, sì, dimenticò il tempo e i fiumi che avrebbe potuto e voluto attraversare.
Due giorni separavano Simona dai suoi doveri,  due erano i desideri.
Quella notte sognò una ragazzina dalle lunghe trecce, che sognava, all’interno di una casetta illuminata da una candela, una signora anziana e il suo mappamondo.
 
Simona Emme 2010

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