La sindrome di Isotta

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Non so se ve l’ho mai detto, ma a me piace fotografare. Quando torno da una gita o da un viaggio porto con me una manciata di scatti. Piccoli, grandi, suggestivi, insignificanti.

Non so se ve l’ho mai detto, ma credo nella parola “colore”. Mi fermo, penso, respiro, parlo, sogno, gesticolo, scrivo. Non realizzo. Programmo.

A volte immagino le vite degli altri. I libri di Gloria, le parole di Melania, le idee vulcaniche di Emilia, i disegni di Tatiana, i post di Gisella, la casa di Natasa, le tazzine di Rossella. Mi piace pensare alle mani curate, ai giardini fioriti, alle bocche baciate, ai sassi corrosi dal mare. Mi piacciono i nomi fuori dal comune. Li trovo perfetti. Come Afra, Diana e Margherita.

A volte penso di rimanere bloccata sempre nello stesso punto. Prigioniera della mia città, come Salgari prima di me. Certo, Salgari aveva talento. E io… porto un nome comune.

L’immaginazione mi ha salvata, non il Romanticismo.

Ho una natura malinconica.

***

Premetto che non sono mai stata bella, ciò non vuol dire che io sia brutta. Semplicemente sono quel tipo di persona che non sta bene con gli occhiali. Non potendo indossare le lenti a contatto per via di una degenerazione della retina, da anni giro come Clark Kent, il che non fa di me una super eroina, ad ogni modo tifo per il Joker (se poi è quello di Joaquin tanto meglio).

Insomma ci sono donne in carne con la boccuccia di rosa, il nasino all’insù e gli occhioni da cerbiatta a cui si perdona tutto. A me la vita non ha mai scontato nulla. E poi infilo troppi IO nelle frasi e agli altri non piace. Quando sorrido sembra che abbia una paresi, e sì, mi annoio. Facilmente. La gente scambia la mia insicurezza per egocentrismo.

Prendo sempre la stessa coppa di gelato, menta e cioccolata, per indecisione.

Il mio carattere stropicciato funziona solo sul web.

Sono troppo grassa per una taglia “normale”, troppo magra per una “taglia forte”. Ho una pelle delicata, piena di segni, cicatrici, nei. Insomma, sono fuori da ogni contesto. Il bullismo (subito) mi ha resa scostante.

Quando ero piccola (dagli 0 ai 30 anni) ci soffrivo. Ci soffrivo così tanto che credevo nelle tragedie. Le mie favole preferite erano “Il soldatino di stagno” e “La sirenetta”, uno bruciava nel fuoco, l’altra si dissolveva in schiuma. Era tutto molto bello. Mi commuovevo se leggevo “L’usignolo e la rosa” ed ero innamorata di Tristano e Isotta. Se per questo soffrivo pure per Edgar Allan Poe e ho pianto dopo aver visto Lawrence D’Arabia*.

Insomma, Tristano muore, Isotta arriva, lo trova morto e che fa? Si sdraia, lo bacia e si lascia morire. Avevo un’anima disordinata, non che adesso sia tutta apposto.

Certo, la mia vita amorosa è stata tante cose, fuorché banale. Non l’ho costruita sugli amanti, sui tradimenti e quelle cose là che piacciono agli altri. Sono troppo pigra ed eccentrica per sopportare terze persone nel mio rapporto. Insomma, il mio attuale marito ci ha impiegato otto anni per conquistarmi.

Mio nonno era come me. Odiava i litigi. Ogni volta che accadeva qualcosa, spariva. Spariva sul serio. Svaniva.

Le piccole tragedie delle anime malinconiche.

(Sono brava con i titoli. Me lo dico spesso.)

* Ho pianto per cinque film: Lawrence D’Arabia (quando muore), Omen II (quando Damien scopre di essere l’anticristo), I ponti di Madison County (quando Clint Estwood sta sotto la pioggia e lei non scende da quel cazzo di macchina!), Up (la parte iniziale) e Philomena. Diciamo che c’è stato un miglioramento.

***

Un giorno, Debora ed io abbiamo scoperto per caso uno strano e oscuro dipinto dentro ad un libro di arte. Avremo avuto sì e no tredici anni. L’anno dopo, Debora mi regalò il libro “L’estate incantata” di Bradbury, le piaceva la copertina. Era il 1986.

Debora cambiò per sempre il mio sguardo sul mondo.

Il quadro era “Abbazia nel querceto” di Friedrich.

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***

Ad un certo punto mi sono ritrovata a creare racconti. Quando fotografo penso all’intreccio, alla trama, che non si dipana mai. Chi ha vissuto in quel palazzo? Come è stato costruito quel nido?

Le persone sono così prese a smembrare/mutare la storia, che si dimentica: la voce, il cuore, la carne, lo stomaco. Dubito delle certezze.

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E poi ho pensato che parlare di “meraviglie ed incanti” fosse l’ingrediente giusto per costruire un ponte che andasse da A a B.

Sono quella che si meraviglia dinanzi alle casette di Nordlingen, il paese di Willy Wonka, o ai santi ricoperti d’oro. Forse perché ho un’anima vetusta come la storia.

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Mi piacciono le fotografie che parlano di “noi”.

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C’è un’infinita bellezza nella quiete.

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Le pietre celano segreti.

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Tiferò sempre per le Vivian Maier.

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Un giorno parlerò delle anime malinconiche e del nutrimento della linfa.

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Non è che non fotografo, semplicemente ho smesso di mostrare il mio racconto.

… forse perché di noi non ne parla mai nessuno… (Calcutta)

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Un pensiero riguardo “La sindrome di Isotta

  1. Sconti non ne ho mai avuti nemmeno io. Mai. Capisco bene ciò che intendi. Sarà forse perchè anche io sto male con gli occhiali :)).
    E scappo dai litigi (vedi anche fuga da FB…ma è uguale nella vita reale).
    Parlare di meraviglia e incanti a me non ha portato gran che. Alla gente non interessa molto. Forse non sono brava ad usare le foto e le parole giuste. Tu sei più brava e le tue foto sono veramente belle, anzi bellissime. Ti auguro di riuscire a comunicare l’incanto e sensibilizzare le persone alla meraviglia.
    Secondo me, puoi farcela. Ah: e sei più giovane. Oggi quelli della mia età già non sono ritenuti credibili, non siamo più ai tempi in cui nelle tribù l’età era saggezza. Ai giovani va il mondo, agli anziani che ormai hanno un piedistallo va il potere (piccolo o grande) a tutti gli altri dopo ” ‘na certa ” va il dimenticatoio.
    E va bè, si cerca sempre di mantenere il sorriso. E comunque queste ultime considerazioni non c’entrano nulla col tuo post.
    C’entra invece il fatto che credo che sei una persona romantica in molteplici aspetti della tua vita.
    E dopo essere andata di palo in frasca mi taccio e ti abbraccio.
    Buone feste Simo :*****

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