Due facce della stessa medaglia

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Jane Austen

C’è chi insegue reperti archeologici o simboli per trovare una risposta ai propri quesiti, c’è chi ama tuffarsi nelle tradizioni per comprendere la natura umana.

La mia maestra delle elementari, per farci capire la storia, ci chiese di cercare nelle nostre case alcuni oggetti appartenenti ai nostri nonni e bisnonni. Negli ultimi anni ho riscoperto il senso di quella “ricerca”.

Il lato nascosto della storia

Sulla “Cinquantasettesima settimana della guerra d’Italia. Illustrazione Italiana”, n. 26 del 25/06/1916, troviamo soprattutto articoli sulla guerra.

E le donne? Ecco, il ruolo delle donne, per quanto riguarda l’Italia, era quello di: figlie, spose, madri, suore. La stessa rivista, infatti, si chiude con una novella d’amore “Dite la verità” di Amalia Guglielminetti (1881-1941). Poetessa finita nell’oblio, come molte altre, per lasciar spazio agli uomini che, da sempre, affollano le pagine dei libri di storia, delle antologie e dei sussidiari.

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La malinconia

Dentro le vene la malinconia
s’insinua, ed è un morbo sonnolento
cui giova non trovar medicamento,
uno stupor di morbida follìa.

Il desiderio più tenace svia,
smemora del più intenso sentimento,
quasi vapori un greve incantamento
d’oppio, in cui goda più chi più s’oblìa.

Essa è come un giaciglio, ove un’inerte
stanchezza ci abbandoni svigorite,
con le treccie disciolte e a braccia aperte.

Ed ha il torpor d’alcune notti estive,
in cui ci s’addormenta indolenzite
dallo spasimo oscuro d’esser vive.

Amalia Guglielminetti

Ne “La lettura”, rivista mensile del Corriere della sera, n. 28 del 1918, c’è un interessantissimo articolo su “Le americane in guerra”, nel quale si legge: la donna americana ha desiderato la guerra per la libertà dell’Europa. (…) L’equiparazione dei sessi è da tempo raggiunta: e vi ha contribuito d’assai quella scuola mista che gli anglo-sassoni ha dato così bei risultati. (…) Non c’è ramo d’attività dove la donna non sia stata chiamata a recare il contributo della sua esperienza, del suo entusiasmo. (…) Tutte le donne nord-americane  si sono mostrate degne dell’equiparazione politica al sesso forte. (…) E più di un antico anti-suffragista che si fosse trovato in trincea sarebbe rimasto umiliato nel veder passare attraverso l’inferno delle pallottole e delle granate, impavida, più che mai sorridente, la buona, la dolce fanciulla americana. (…) Le donne d’America hanno offerto all’Europa il meraviglioso spettacolo di una mobilitazione femminile destinata a centuplicare le energie del paese. Una Nazione che abbia di quelle madri e di quelle spose, di quelle fanciulle (nell’articolo spesso vengono indicate come “giovinette”, ndb) non potrà mai perire. (…) Quell’esempio ci ha rinnovati: ci ha resi più disciplinati, più altruisti, più laboriosi, più buoni.*

Nella stessa rivista, oltre agli articoli dedicati alla guerra, troviamo varie pubblicità, rappresentate da “fanciulle” graziose (ieri come oggi): una lozione per il seno, un preparato per la gola, il “Proton” per la salute delle adolescenti.

La mentalità “dell’epoca” (e scegliere l’epoca è assai complicato) è la madre dei pregiudizi moderni. “Non piangere come una femminuccia”, “donna al volante è pericolo costante” o “mio marito mi aiuta in casa” sono frasi che dovrebbero farci riflettere.

Secondo la scrittrice americana Stetson, si dovrebbe socializzare il lavoro domestico, per renderlo perfetto in altre mani capaci; affidare l’allevamento e l’educazione dei fanciulli a uomini e donne, non maritate, padre e madri della razza, per sottrarre l’infanzia alla incapacità materna; levare la donna dalla sua stazionarietà e regressione, come dice Durkhenne, e dal parassitismo attuale nella sua famiglia per portarla nel campo dell’azione che è l’universo, parificandola al Genus Homo. Per noi donne latine, il nido coniugale, testimonio silenzioso delle nostre abnegazioni, rimarrà sempre l’asilo sicuro dove lo spirito troverà riposo e serena soavità negli affetti puri dei figli: noi sentiamo la bellezza della nostra missione, l’orgoglio di dare la nostra operosità per l’uomo che ci ha prescelte custodi della sua casa, ove vogliamo che egli trovi pienezza di gioie, che lo compensino del faticoso lavoro quotidiano.

Da “Enciclopedia della vita domestica – ad uso delle famiglie” di Carolina Valvassori – 1932

Due facce della stessa medaglia

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Dal film “Persuasione”

Oggi si tende a semplificare tutto. A ben guardare è complicato spiegare cosa voglia dire la parola “femminismo”. Alcuni pensano che non truccarsi, non pulire casa e non depilarsi voglia dire essere “femminista”. Altre sostengono che il “romanticismo” sia da femminucce. Criticare una ragazza che si trucca o un uomo galante non conduce da nessuna parte. Sono le due facce della stessa medaglia.

Jean Austen (1775-1817) non è molto bella, non è ricca, non può permettersi una domestica che la pettini. Indossare una cuffia significa una sola cosa: essere una vecchia zitella. E a 27 anni Jane lo è, zitella.

Jane Austen aveva quasi ventisette anni, l’età in cui finalmente Anne Elliot si sposa per amore in Persuasione, e la povera Charlotte Lucas si rassegna a prendere come marito il signor Collins in Orgoglio e pregiudizio. Ma al di fuori dei suoi grandi romanzi, nel 1802 ventisette anni rappresentavano il limite. Le donne non si sposavano a quell’età, la maggior parte di loro moriva di parto dopo continue gravidanze. Perché un marito ce l’avevano a diciassette anni. 

…. Jane Austen a quel punto aveva quasi trentatré anni. Era nubile. Senza figli. Sola. Senza casa. E peggio ancora, era esposta a quelle insidiose e temporanee accuse: arpia, vecchia zitella, perfida. Soltanto centotrenta anni prima le donne venivano bruciate a Exeter.

Da “L’ora del destino – Jane Austen, Mary Shelley, Giovanna d’Arco, il coraggio di scegliere la libertà” di Victoria Shorr

Austen è intelligente, arguta, simpatica e soprattutto sa scrivere. Declina una proposta di matrimonio in un momento di grosse difficoltà economiche. Come le sue eroine non si rassegna, crede nel vero amore, abbraccia la libertà.

Quando qualcuno mi chiede di parlare di “femminismo”, penso a scrittrici come Jane, perennemente confinate al ruolo di narratrici “rosa”, e mi spazientisco.

* L’articolo è stato scritto da Armando Laurini nel settembre del 1918

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