Al tempo dei lupi e Alla ricerca di Agata

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Come è difficile parlare delle proprie creature.

“Scrivi due righe Simona!”, o ancora, “Pubblicizza i tuoi lavori!”

A me piace fotografare, elaborare, sperimentare, scrivere. Mi piace inventare storie. Lo faccio da sempre. Mi piace crearle mentre sono per strada o quando guardo dal finestrino il mondo passare – non guido -.

Come dicevo, mi piace creare, meno “correggere”, auto pubblicarmi, pubblicizzarmi. Parlare delle mie cose. Spiegarle. E, ammettiamolo, Amazon non aiuta se non scrivi in inglese.

Sì, come è difficile pubblicizzare qualcosa che ami, che “ti appartiene”. Che è profondamente intimo. Buttarsi nella mischia. Mescolare le parole. Gonfiarle o semplicemente ringraziarle. Se non avessero inventato le parole… Agata, Isotta, Douglas, Anna, Edward, Alice e James non sarebbero mai nati.

E allora ci provo a raccontare, a modo mio, le mie piccole, graziose, creature. Nella speranza che qualcuno colga il significato del vocabolo “fantasia”.

Tutti i miei racconti si ispirano a storie, leggende e tradizioni.

Alla ricerca di Agata

Non posso dir molto di questo racconto o romanzo breve, che dir si voglia. E’ stato un vero e proprio viaggio. Non tanto per la scrittura – i miei racconti nascono e muoiono nel giro di pochi mesi, addirittura giorni -. Diciamo che ha avuto un inizio travagliato (correzioni, poco tempo, problemi con i file…).

A differenza degli scrittori, e non è una critica, non pianifico nulla. I personaggi e la storia si sviluppano man mano che scrivo. Per “Alla ricerca di Agata” è stato diverso, conoscevo il finale. E ho sofferto.

“Alla ricerca di Agata”, come “Racconto Gotico” e “Al tempo dei lupi”, è scritto in prima persona. In questo modo, vedo e sento come la protagonista. Non scriverei mai qualcosa che non mi piace. Devo divertirmi.

“Alla ricerca di Agata” è un viaggio introspettivo. Nulla è come appare. E’ una sorta di giallo e fa parte di una trilogia del tempo (con “Racconto Gotico”). Il terzo libro, “12”, ce l’ho in testa. Probabilmente, vista la mia innata insoddisfazione, lì ci resterà.

I personaggi hanno preso il sopravvento e hanno vinto.

Raggiunsi a passo svelto la pensione e corsi nella mia stanza. Tirai la tenda e gettai il cappotto e la sciarpa sul letto. Senza riflettere presi il portatile dalla valigia e iniziai a digitare il nome Douglas MacFarlane sulla tastiera. Avevo i muscoli tesi, le mani ghiacciate e il cuore che mi batteva velocemente nel petto. Fuori, da qualche parte, c’era uno sconosciuto che, nonostante i modi signorili, dichiarava di chiamarsi come il protagonista del mio romanzo. E questo fatto, più che sorprendermi mi inquietava. Storie di fan che inseguivano lo scrittore o l’artista di turno si sentivano ogni giorno. Mi misi uno scialle sulle spalle. Tremavo. L’orologio appeso nel corridoio della pensione batté le quattro. Presto avrebbe fatto buio.

Attraversammo un lungo corridoio. Su alcune pareti si potevano vedere tracce di intonaco colorato. Mobili antichi, vecchi quadri e arazzi arredavano l’ambiente. Con un po’ di fantasia immaginai l’epoca in cui giullari, attori e musicisti intrattenevano i signori, mentre i cavalieri sostavano nelle loro armature scintillanti.

Lo studio era un’ex cappella sconsacrata. Il camino, in stile neogotico, conteneva ricche e bizzarre sculture. Vicino alla finestra spiccava un piccolo bacile decorato con finissime decorazioni, un tempo utilizzato per le funzioni religiose.

I tetti a punta e le pareti dipinte di nero le donavano un aspetto lugubre. Era appartenuta al giudice Jonathan Corwin, che l’aveva acquistata nel 1675. L’interno, come prevedevo, custodiva alcune testimonianze del diciassettesimo secolo. Ma nulla di tutto ciò, per quanto coinvolgente, mi era di aiuto.

Salem era un luogo in cui il turista veniva catapultato per gioco nella stregoneria. Dell’oscuro passato rimanevano i gadget horror nei negozi a tema. Pozioni e ingredienti magici traboccavano dalle vetrine.

I musei, come il Salem Witch Museum, riproducevano con precisione certosina gli episodi terribili della caccia alle streghe. Tuttavia, non venni a capo di nulla. Neppure le guide locali mi furono di aiuto.

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Il tempo dei lupi

E’ un romanzo breve. E’ il prequel di “Racconto Gotico”, si svolge alla fine del 1800 in Irlanda.

I boschi de “Il tempo dei lupi” si ispirano a quelle della “Foresta nera” (Germania). I nomi “Lago di mezzo”, “La contea dei tre laghi” e “Bosco oscuro” nascono grazie alle mie passeggiate. Ad esempio, nei dintorni di Lastebasse (VI) esiste un sentiero chiamato Boscoscuro e nei pressi di Lago di Carezza (Bolzano) si trova “Lago di mezzo”.

La protagonista è una persona normale che si trova coinvolta in situazioni particolari o rischiose. Anna si comporta come una donna dell’ottocento, nonostante il coraggio, la voglia di indipendenza e la cocciutaggine.

L’utilizzo del “voi” crea un distacco tra noi (presente) e i protagonisti del racconto (passato).

“Racconto Gotico” e “Al tempo dei lupi” hanno un inizio e una fine. Possono essere letti separatamente.

Ogni tanto spunta qua e là qualche venatura horror. Ancora una volta i protagonisti hanno avuto la meglio. Di più non posso dire, altrimenti rovino il racconto.

Non fa parte della trilogia del tempo.

Nel cuore della notte fui svegliata da un suono, insolito e tetro. Pensai che fosse il rumore del vento, quando tutto ad un tratto sentii qualcosa accarezzare la porta della mia camera. Come un picchiettio, da prima tenue, poi sempre più forte.

Udii distintamente dei passi e nuovamente quel ticchettio. Mi infilai velocemente uno scialle, accesi una delle candele e aprii con circospezione la porta. Non c’era nessuno.

Poco dopo mi parve di cogliere un mormorio e poi dei passi in fondo al corridoio. Camminai a tentoni, nella semi oscurità, nel tentativo di dare una forma a quei suoni, mentre il pavimento scricchiolava sotto ai miei piedi.

Le bambine sciamavano in cortile per l’intervallo, seguite dallo sguardo severo dei signori Stone e Gardner. Io mi incamminai lungo le siepi che costeggiavano una chiesetta abbandonata da anni, in cui una parte del soffitto rivelava un brandello di cielo. Più in là, oltre il cancello e una bordura di rose, si intravedevano i tetti a punta di Lago di Mezzo. Mi appoggiai a un albero per assaporare la pace di quel luogo. Non si sentiva nessun rumore, se non qualche gridolino in lontananza. Fu in quell’istante che vidi un uomo, di media statura e piuttosto magro, sbucare dalla selva sottostante.

La sera prima aveva piovuto e sui lati del sentiero si affacciavano numerose pozzanghere, coperte da un sottile velo di ghiaccio. Avanzavo a fatica a causa del fango e delle sterpaglie. Si alzò una folata di vento. Guardai il cielo: era gremito di nuvole grigie. Presto avrebbe fatto buio e del signor Brandon non c’era traccia.

Mi appoggiai ad una roccia di granito, esausta, con le scarpe infangate. Avvertii il suono di rami spezzati e istintivamente mi nascosi dietro a un albero, proprio all’entrata del bosco.

Simona

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