Nellie Bly

“Battevo i denti e tremavo, il corpo livido per il freddo che attanagliava le mie membra. All’improvviso, tre secchi di acqua gelida mi furono versati sulla testa, tanto che ne ebbi gli occhi, la bocca e le narici invase. Quando, scossa da tremiti incontrollabili, pensavo che sarei affogata, mi trascinarono fuori dalla vasca. Fu in quel momento che mi sentii realmente prossima alla follia”.

***

Elizabeth Jane Cochran

Quando si parla di coraggio non possiamo non pensare a Elizabeth Jane Cochran (1864-1922). Nasce il 5 maggio del 1864 a Cochran’s Mills, in Pennsylvania, da Michael e Mary Jane.

George Madden, direttore del Pittsburgh Dispatch, da subito rimane affascinato da un testo che Elizabeth rilascia in risposta ad un articolo maschilista, dal titolo “A cosa servono le ragazze”, utilizzando lo pseudonimo di Orfanella Solitaria.

A quel punto Madden chiede a Elizabeth di scrivere un pezzo per il suo giornale e, impressionato dal risultato, la assume.

Elizabeth all’età di ventuno anni si reca in Messico per diventare corrispondente estero. Non le piace scrivere di moda o di giardinaggio, è ammaliata dai costumi e dalla vita del popolo messicano.

Nel suo libro “Sei mesi in Messico” racconta la povertà della gente comune, la dipendenza per il gioco, il tabagismo. Elizabeth annota tutto, dalle donne che portano i figli nel Rebozo, un tipico abbigliamento del posto, ai gruppetti di reietti rannicchiati all’ombra delle case.

La vita messicana non si impara attraverso gli alberghi o i musei, bensì camminando per strada.

Il suo non è un giornalismo di facciata, è fatto di persone. Lo si avverte quando racconta di un bambino morto per strada, stretto nel serape (abbigliamento maschile) di un ragazzino; quando descrive il corpo di un operaio caduto da un edificio in costruzione. O quando racconta delle donne inginocchiate mentre impastano le tortillas, della cortesia che dilaga anche tra gli indigenti.

Il Messico è un luogo difficile in cui vivere, in bilico tra progresso e miseria, ed Elizabeth ne coglie l’anima.

Coraggiosamente racconta le gesta di un giornalista imprigionato dal presidente Porfirio Diaz,  per questo motivo viene espulsa dal governo messicano.

Tornata negli Stati Uniti, Elizabeth cerca fortuna a New York, e si presenta a John Cockerill, caporedattore del quotidiano “The New York World” di Joseph Pulitzer.

La sua prima inchiesta da infiltrata è nel manicomio femminile dell’isola di Blackwell (oggi isola di Roosvelt) nell’East River di New York. Si finge pazza per indagare sulle condizioni di vita delle donne ricoverate.

Qui conosce Miss Anne Neville, esaurita a causa di un lavoro estenuante, che, data la sua fragile situazione economica, si ritrova in manicomio, benché non abbia alcun problema mentale. Elizabeth incontra la povera Mrs Schanz, di lingua tedesca, che non potendo interagire con la popolazione americana, è impossibilitata a raccontare la propria storia.

Nel manicomio fa freddo, l’aria gelida penetra dalle porte e le finestre spalancate. Il personale non sembra interessato al vestiario leggero delle pazienti.

Da subito Elizabeth scopre che le infermiere abusano del proprio potere con spintoni e ceffoni, che non fanno presagire nulla di buono.

Lì c’è poco da scherzare, Elizabeth si spoglia dinanzi alle infermiere e affronta una vasca di acqua gelida. Una donna le insapona tutto il corpo. Non c’è privacy né gentilezza. Ha freddo, trema, il rito termina con altri tre secchi di acqua fredda. Viene trascinata fuori dalla vasca, e ancora fradicia, le fanno indossare una leggera sottoveste di flanella, su cui spicca l’etichetta “Istituto di Igiene Mentale, B.I., H. 6”. Rinchiusa nella stanza n. 28, trova una sorta di branda, una sottile coperta di lana, una tela cerata e un lenzuolo. La notte ha due nemici: il gelo e il rumore delle infermiere. Il personale va avanti e indietro, aprendo e chiudendo, con brevi intervalli, ogni singola porta del corridoio.

Le pazienti rifanno i letti, comprese le pulizie. Tra i vari obblighi non vi è solo quello di pulire le stanze del personale, ma anche di lavare i loro vestiti.

In fila per due, sorvegliate a vista, le sventurate hanno la loro ora d’aria, ed è proprio in quel frangente che Elizabeth incrocia un gruppo di donne sporche e trasandate, “le pazienti del primo edificio, quelle che risiedono nel Lodge”. La giornalista si imbatte, poco dopo, in un altro scenario più terribile del primo: “52 donne procedevano in fila, la vita fasciata da ampie cinture in pelle ancorate le une alle altre da una lunga corda, all’estremità della quale era attaccato un pesante carro. Su di esso sedevano due donne, la prima intenta a stringere tra le mani un piede ferito, l’altra ad urlare alle infermiere…”

Elizabeth, sotto copertura, non smette di domandare. Grazie alla sua parlantina, viene a sapere da uno degli psichiatri che il manicomio ospita 1600 donne, se l’edificio dovesse prendere fuoco sarebbero lasciate a loro destino.

Il cibo della struttura è immangiabile: burro rancido, pane vecchio, manzo avariato, acqua sporca.

Le ceste di meloni, uva, frutta, il soffice pane bianco e i tagli migliori finiscono nei piatti del personale. Le donne più gracili, a causa della malnutrizione, si ammalano. Se qualcuno tenta di lamentarsi, le infermiere rispondono con un secco: “Chiudi la bocca o te ne pentirai!”. E qualcuna purtroppo finisce nelle loro grinfie: “… Le vidi afferrare un’anziana dai capelli bianchi, che sedeva del tutto pacifica, chiacchierando tra sé. (…) – Chiudi la bocca, zoccola -, le gridò Miss Grady, prendendola per i capelli e trascinandola urlante nello stesso armadietto in cui avevano rinchiuso l’altra…”

Passano i giorni e Elizabeth scopre che molte delle pazienti si trovano lì perché straniere o disagiate, o, come nel caso di Sarah Fishbaum, allontanate dal marito.

Quella parte del manicomio non è nulla in confronto al “Retreat”, soprannominato il “settore delle ritardate”. Lì i pestaggi sono all’ordine del giorno. Durante quei momenti di violenza, le infermiere costringono una paziente a far da spola alla finestra per avvertirle dell’arrivo dei medici.

“… Una notte le infermiere l’hanno trascinata fuori dalla stanza e, dopo averla picchiata, l’hanno immersa in una vasca di acqua gelida per ore (…). Quando, la mattina seguente, sono entrate nella stanza, quella ragazza era morta…”

Finalmente la giornalista esce dall’Istituto e pubblica il resoconto sul “World”. Suscita, e c’era da aspettarselo, scandalo. Convocata dal Gran Giurì, Elizabeth espone la cruda realtà. I giurati vogliono vedere con i loro occhi la struttura. Nonostante nessuno all’Istituto deve sapere della visita, uno dei giurati informa Elizabeth che i medici del manicomio sanno del loro arrivo.

Naturalmente i giurati non trovano traccia di maltrattamenti o di cibo scaduto, tuttavia aumentano i finanziamenti per la cura dei malati di mente.

Elizabeth, con lo pseudonimo di Nellie Bly, diventa un caso nazionale. A soli 23 anni dimostra che una donna può essere intelligente e coraggiosa al pari di un uomo.

Dal mio progetto, mai concluso:  “Luci e ombre – la grande mappa dell’immaginazione”

nellie

Altre fonti:

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