Dove tutto è bellezza

Là dove finisce il canto dell’usignolo, nasce un nuovo giorno.

Nella rugiadosa alba, raccolgo fiori di sambuco e acacia. Il vento lambisce le foglie. Le fa tremare. Poso la cesta che sa di bucato sulla terra bagnata e appendo due nastri bianchi ai rami di un salice. 

La mattina è fresca, profuma di pioggia e petali. 

La casa dei due mondi, il boschetto, il giardino spettinato… Un giorno, mi dico, narrerò di loro.

Simona

Beltane – primo maggio

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“… E’ un grande albero, chiamato Faggio, è quello della festa di Calendimaggio; appartiene al Cavaliere Pierre de Bourlemont. A volte vi andavo con le altre ragazze di Domrémy. I vecchi raccontavano – non i vecchi del mio tempo – che le fate venivano lì a chiacchierare. Ho sentito da Jeanne Aubry, che era moglie del sindaco e madrina mia, di me che vi parlo, l’ho sentita raccontare che essa vi aveva visto le fate. (…)

Ho visto delle ragazze posare ghirlande sui rami degli alberi, ed anch’io, qualche volta, l’ho fatto insieme a loro…”

Da “Processo di condanna di Giovanna d’Arco” a cura di R. Ourcel

maggio

“Tutte le donne del Triorese, accusate di infanticidio e di fatture “nocumentose”, furono levatrici, ostetriche, erboriste e guaritrici di grande valore. Esse mettevano il loro talento a disposizione della popolazione contadina e montana che, senza il loro contributo, sarebbe stata abbandonata a se stessa, salvo qualche rara visita pastorale del prevosto e le numerose incursioni  di banditi e scherani che scendevano dagli opposti confini.”

Da “Le streghe” di Vanna de Angelis

“Gli slavi della Carinzia festeggiavano san Giorgio, il 23 aprile, guarnendo un albero tagliato alla vigilia e portandolo in processione, tra canti e musica, insieme con un fantoccio che poteva essere anche un ragazzo in carne e ossa, ricoperto dalla testa ai piedi di fronde di betulla: il Verde Giorgio, che veniva poi gettato nell’acqua affinché procurasse pioggia e dunque favorisse la crescita dei frutti e del foraggio per le bestie. Questa cerimonia si ritrova con qualche variante fra gli zingari della Transilvania e della Romania, in Russia e in Slovenia dove il Verde Giorgio, tenendo in mano una torcia accesa e nell’altra una torta, si reca nei campi di grano seguito da fanciulle che cantano. (…) La primavera è una risurrezione della vita universale e di conseguenza della vita umana. Con questo atto cosmico tutte le forze della creazione ritrovano il loro vigore iniziale, tutto comincia di nuovo. (…) Il primo maggio segnava l’inizio del trionfo della luce sulle tenebre e continuò a essere celebrato anche dopo la cristianizzazione, tant’è vero che dalle feste celtiche è derivato il Calendimaggio medievale. (…) Sulla notte vegliava la Grande Madre della fertilità che dominava allo stesso modo il destino dei semi e quello dei morti. Con la cristianizzazione dell’Europa la notte del 30 aprile subì una metamorfosi. Si diceva che vi dessero convegno spiriti inferi, streghe e stregoni, che si dovevano espellere grazie all’intervento intercessorio di santa Valpurga, una monaca inglese (710-778) diventata badessa… (…) santa che ha ereditato la funzione della Grande Madre e ha dato il nome alla notte. (…) Nel Tirolo, negli ultimi giorni di aprile si preparavano fasci di frasche resinose, di cicuta, rosmarino e ramoscelli di pruno. Nello stesso tempo si purificavano e si fumigavano le case con bacche di ginepro e ruta. Quando calava la notte della vigilia, cominciava il rito dell’espulsione delle streghe.”

Da “Calendario” di Alfredo Cattabiani

“Merlino e Viviane ritornano insieme all’origine, allo stato della natura, in quel frutteto dove regnano, “signori dei vegetali e degli animali”, proteggendo ciò che può essere salvaguardato e, divenuti invisibili, preparando la rinascita del sacro. La loro storia ci è nota solo attraverso resoconti confusi e spesso contraddittori, nei quali tuttavia si riflettono antiche credenze celtiche e anche preceltiche, se non preistoriche, il che spiega l’imbarazzo degli autori medievali che non capivano più il significato, e anche le difficoltà che incontravano i celtisti nello sbrogliare una matassa quanto mai ingarbugliata.

(…) la Fontana di Barenton, in mezzo alla radura del nemeton. Questa fontana è la residenza di Viviane, la quale insomma è una ninfa. Viviane, personificazione della fontana, possiede poteri magici: fa piovere; o meglio, se si versa dell’acqua sugli scalini di pietra che circondano la fontana, si rischia di scatenare un temporale spaventoso; inoltre l’acqua guarisce dalla follia…”

Da “Mitologia degli alberi, dal giardino dell’Eden al legno della croce” di Jacques Brosse

Questi anni passati nella “casa dei due mondi” mi hanno insegnato il rispetto verso il sacro. Termine utilizzato talvolta a sproposito da chi si autoproclama “conoscitore/ice di…”. Del resto Dante scrisse: “Non ragioniam di lor, ma guarda e passa…” riferendosi a “coloro / che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo”. 

Sono più di quattro anni che vivo qui, stretta tra due realtà,  tra auto sfreccianti e capelli di albero.

La vita è lavoro. E non parlo soltanto di quello che ci fa mangiare. In questi anni ho imparato ad ascoltare “il respiro”. Perché tutto ha un suo ciclo. Una sua importanza. Lo zucchero, il caffè, il tuorlo d’uovo, l’ortica, l’equiseto, l’ape. Ogni cosa ha un suo posto in questo universo. Molti parlano del superfluo, senza rinunciarvi mai. Altri seguono corsi sulle preparazioni galeniche per darsi un tono.

Ho un cassetto pieno di attestati, cose sulla comunicazione, la contabilità, il giardinaggio, l’orto, la potatura, l’aromaterapia e l’erboristeria… Alcuni li ho terminati on line, eppure non ne parlo mai – o quasi -. A me piace osservare, ma ancor di più mettere le mani nel terreno. Quando raccolgo fiori e erbe ringrazio l’albero, la pianta, la terra. Non strappo. Non massacro. Cammino quasi in punta di piedi. E imparo.

La vita è lavoro. Dalle pulizie alla raccolta dell’acqua piovana. Ogni singolo gesto fa parte del respiro. Sono una persona spiritosa. Mi piace ridere, ma so ascoltare le storie degli altri. E alcune storie sono fatte di sale, altre di fango e dolore.

Una volta una cara amica ha scritto: “Vogliono fare quelli del quartiere popolare ma si vede che di quartieri popolari hanno solo letto nei libri di Pasolini.” 

Sarà che ho vissuto fino a 24 anni in un quartiere popolare e sarà che nella vita non mi è stato donato nulla, non riesco a lamentarmi ora che ho il “cibo”.

Molta gente parla per “sentito dire”, attraverso “titoli” e esistenze vissute di riflesso. Magari appoggiandosi, per tutta la vita, sulle spalle di altri, per poi narrarvi di un coraggio mai conosciuto.

Di tanto in tanto, qualcuno mi chiede come riprodurre le piante per talea; come si prepara un macerato di pomodoro o se quello o quell’altro fiore è commestibile*. Altre volte mi si domanda se è facile riconoscere le erbe. Sono una donna pratica. Per imparare bisogna fare un passo indietro, diventare bambini, dimenticare e memorizzare. Bisogna attraversare la valle dell’umiltà. E ho un IO ingombrante.

Disimparare per imparare.

Mia madre lavorava in un grande albergo a Milano. Nessuno sa stirare una camicia come la sa stirare lei. La vita è lavoro. Sempre. Eppure ci scordiamo di chi lava una finestra, di chi coltiva la terra, di chi ci riempie di bellezza**, di chi sistema il cibo sugli scaffali di un supermercato.

A me piace raccontare la meraviglia, assecondare i miei gusti. Ho imparato a concedermi di cambiare idea. Ho imparato a rivalutare le persone. Ed è grazie alla mia coerenza che divido sempre “l’arte” dalla persona. La professionalità dall’individuo.

Alcune persone si dimostrano profonde come l’Arte che rappresentano, altre sono soltanto parole invecchiate dentro a un libro posato su una libreria. Non hanno mai vissuto e pretendono che le ascoltiamo.

In fondo per fare la pasta madre ci vuole acqua, farina, amore e tempo. Acqua, terra, fuoco e aria.

Un tempo le donne che conoscevano “il respiro” venivano giudicate. Invidiate. Bruciate.

* Raramente consiglio e non amo riconoscere le piante da una fotografia.

** Prima di abitare presso la “casa dei due mondi” avevo paura delle api e delle vespe e conoscevo la fitoterapia attraverso le erbe acquistate in erboristeria. Ho disimparato per imparare.

** Bellezza: cinema, teatro, sartoria, letteratura, pittura, musica… e quindi anche sceneggiatori, scenografi, truccatori, fotografi, tecnici del suono, tecnici delle luci…

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Il mio respiro – se non ti abbassi mai non potrai vedere il mondo con occhi diversi

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Foto dal cellulare 

 

Le foto appartengono a SimonaEmme – non si possono utilizzare

ps: ho scoperto, grazie alla quarantena, che ho una marea di cose da dire. Devo assolutamente organizzare qualcosa!

 

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