Il silenzio è finito

Ultima puntata

12

Le parole rimangono sospese appena sopra la mia testa. Mi rendo conto, solo ora, che le scrittrici conoscevano i vocaboli ma non la natura. Non le stagioni. Sbagliavano la fioritura. Narcisi in estate, lavanda in primavera e api sulle margherite… tutti questi errori mi deconcentrano.

Nelle mie notti insonni penso a luoghi immaginari come Macondo.

In quella Macondo dimenticata perfino dagli uccelli, dove la polvere e il caldo si erano fatti così tenaci che si faceva fatica a respirare, reclusi dalla solitudine e dall’amore e dalla solitudine dell’amore in una casa dove era quasi impossibile dormire per il baccano delle formiche rosse, Aureliano e Amaranta Ursula erano gli unici esseri felici, e i più felici sulla terra”.

Il Giappone insegna che c’è spazio per aggiungere bellezza, aumentare la gioia. Per un giapponese è normale ammettere la maestria altrui, lodare gli altri.

La bellezza va raccontata, suggerita, respirata, tramandata. Accolta.

Di questo periodo ricorderò il suono della natura, i libri non letti, la mascherina lasciata sulla sedia, le lettere, la raccolta delle erbe. Il silenzio profondo.

Ho registrato il vento, quando con la punta dei polpastrelli toccava l’erba del prato. Ho registrato l’usignolo, accompagnato dall’orchestra dei grilli. E ho pianto due volte. La prima quando ho capito che sarei rimasta bloccata in questa città grigia, la seconda quando sono tornate le auto.

Mi rammenterò delle violette mute nel boschetto, tra quei fiori che tanto amano i bombi.  Mi ricorderò del profumo dell’acanto e dei fiori di ciliegio. Metterò in fila nella mia mente i narcisi che puntellavano le aiuole del  giardino spettinato. Ricorderò le formiche raggruppate sulla finestra ad avvisarci dell’arrivo della pioggia. Rammenterò la primavera per i suoi tulipani e la forsizia per l’inconfondibile giallo. Sì, rammenterò i petali che coloravano il prato, prima di azzurro, dopo di bianco, poi di giallo e ancora di bianco. Ricorderò la brina delle mattine fredde e la rugiada accompagnata dai primi raggi del sole. Conserverò nella mia mente il trascorrere del tempo: il fruscio dell’erba o la terra dura e assetata sotto ai miei piedi. Mi dico, me lo ripeto, lo recito. Non so più scrivere. Immagazzino ogni immagine. La nascondo. Giù in fondo allo stomaco. La proteggo. Non faccio in tempo a fotografare le fresie e i muscari, che improvvisamente svaniscono lasciando posto alle peonie, alle rose e all’iperico da giardino.

Di questo periodo ricorderò la volpe che ci è venuta a trovare. Incurante delle auto e del cemento che inghiotte ogni cosa. Mi rammenterò della tartaruga che abbiamo salvato e che se ne è andata senza nemmeno un saluto.

Conserverò il profumo dei fiori d’angelo e la pace del bosco. In quel piccolo angolo di mondo in cui si perdono i sogni.

Oggi la regione ci toglierà un altro pezzettino di terra. L’avanzata del nulla è alle porte.

Quando penso alla mia casa mi viene in mente una storia che amavo sfogliare da bambina: L’arca di barbapapà (la foto viene da: qui). Non pensavo che un giorno avrei vissuto nella “casa dei due mondi” e non credo ci sia un lieto fine.

***

casa
Praticamente dove abito io

***

Scritto da me su Facebook:

Di questo periodo ricorderò soprattutto il silenzio. Un silenzio apparente. Ricorderò: l’airone adagiato sul prato, la muta dei grilli, il nido dei merli, le zampe di cavalletta, l’arvicola coraggiosa, il cuculo tra i bamboo e la ghiandaia sulla finestra. Ricorderò i gatti in giardino.
Di questo periodo conserverò il ronzio degli insetti.
Presto tutti i questi suoni verranno inghiottiti dalle auto. Non sentirò più il fruscio degli alberi, le ali tuffarsi tra i rami, il canto grasso dei bombi. Svaniranno. Improvvisamente.
Eppure sono sempre stati là, in quello sputo di terra in cui decine e decine di uccelli e insetti trovano rifugio.
Cambieremo? No! Diremo che la natura si era presa una vacanza, che l’aria era più pulita. Alla prima occasione accenderemo i motori e i condizionatori, giustificandoci. Incolpando gli altri, chi sta sopra di noi.
La cultura è, o dovrebbe essere, impregnata di “terra”. I pittori, i fotografi, i musicisti, i poeti ci credevano. Lo sapevano.

***

Sto leggendo, e non con passione, “Gli occhi di Alice Gray” di Stacey Halls. Forse, dovrei cambiare lettura.

Mi trovate anche su: https://lericettediapiedinudi.wordpress.com/

Musica:

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