IO

Si ritorna a scrivere nella consapevolezza di essere cambiati.

Ho scoperto qualcosa in più di me, qualcosa che avevo tenuto nascosto per parecchio tempo. Forse, mi dico, ho bisogno di parlare con un analista. Qualsiasi analista.

E’ così complicato, mettetevi nei miei panni, parlare apertamente. Eppure non è questa l’onesta? Dire le cose come stanno?

Ultimamente il web mi sta stretto. E’ come indossare una taglia più piccola. Non mi sento a mio agio. Mi fa sentire sbagliata, incompleta. Insulsa. Inutile.

Inutile è il vocabolo corretto.

Se frequenti un gruppo che parla di letteratura, finirai per discorrere solo di quel tema. Se frequenti un gruppo di persone che ama i fiori, le erbe, la luna e le stelle… ti troverai a parlare solamente di fiori, erbe, luna e stelle. E tra solstizi, equinozi e raccolta di iperico ci si dimentica l’anima. La fatica, ad esempio. Il profumo dei glicini, ad esempio. La scampagnata in montagna, ad esempio. Quando ti capita di cianciare di volti sorridenti, vieni vista come la guastafeste. Che poi se fossi una guastafeste tiferei per i bulli, ma anche quelli mi stanno sulle scatole.

Chi leggerà questo post? Nessuno. E quando ti accorgi che sei seguito solo per il vento che lambisce il prato, ti chiedi: che senso ha il web? Sono in grado, se proprio volete saperlo, di scrivere: nugoli di insetto si librano da fiore a fiore o la luce del sole ora cade sul dorso del giardino. Perché, dai, un po’ di poesia non guasta mai. Se poi la si vuol considerare poesia (e il “la si vuol” resta).

Il covid mi ha cambiata. Non stavo molto bene, se devo dirla tutta, nemmeno prima. La mia vita è stata un campo di battaglia, nonostante l’esempio non mi piaccia. Quando qualcuno mi dice “ti comprendo…. a me è capitato bla bla bla bla bla bla e ancora bla bla bla bla bla bla”, hai già perso punti. Non ce l’ho nemmeno con il mondo, tuttavia non capisco il branco. Anche quando si atteggia a “essere unico”. Io sono l’artista, Io ho sette lauree, Io dormo nei cimiteri, Io ho visto cose che voi umani…, Io sono Io voi non siete un cazzo. Incredibile, sapete, ma è così. Più sto in rete, più noto schieramenti, litigi, polemiche, trattati che nemmeno i saccenti… Tutti esperti scienziati, economisti, giornalisti, critici, letterati (che poi scopri che manco sanno cosa sia un aggettivo). E tra guarda “il mio fiore” a “tu non lo curi come lo curo io” è un attimo. Se l’esempio non è chiaro, ne faccio un altro. Tra “guarda la mia mascherina” a “pirla che te la metti” è meno di un attimo. Tutti saccenti, eroi, guerrieri. Ovviamente ARTISTI.

Sono stata molestata all’età di cinque anni. Il resto della mia vita, non temete, non lo racconto. Mi chiedo cosa se ne fa una bambina della vostra dannata resilienza. Come si fa a valutare se una donna è fragile o forte? Come si fa a giudicare una persona da un gesto? Un errore nel linguaggio? Eppure la rete è piena di queste cose. “Sei la mia eroina”, “sei una guerriera”, “sei forte”, “sei coraggiosa”. Beh, io non sono forte, non sono una guerriera e per quanto riguarda gli eroi ho una visione completamente diversa dal branco.

E allora ho capito che dovevo fare un passo indietro. Tornare nell’ombra, come ho fatto altre volte in questi 20 anni (21 per essere precisi) di rete.

Sì, mi sento spesso giudicata, portata dinanzi ad un plotone di esecuzione. Per capire la vita di una persona devi averla ascoltata dall’inizio alla fine. Puoi raccontare un attacco di panico, ma non puoi trasmetterlo. Puoi raccontare di un mobbing o di un’insofferenza, ma non puoi farti sentire. La mia vita è un romanzo? No, è più un fumetto. E, giuro, non voglio sminuire i fumetti.

In merito ai giudizi, provenienti spesso dal mondo femminile (anche, e soprattutto, femministe) mi sono sentita dire di tutto:

  • vestiti bene altrimenti non troverai nessuno
  • a 20 anni si è già vecchie (figurati ora che ne ho 48)
  • convivi perché non ti sposi?
  • sei sposata da un anno… a quando un bambino?
  • come fai a vivere da sola?
  • non frequenti nessuno?
  • ti risposi? Ma sei scema? E’ così bella la libertà
  • Alla tua età vuoi un figlio? E’ contro natura

E sul contro natura potrei farci un libro.

A conti fatti mi sono sempre sentita giudicata. Giudicata da quelli: che ridacchiano per un congiuntivo sbagliato (manco fossero Christine de Pizan); che offendono chi indossa la mascherina; che hanno qualcosa da ridire se ti trucchi in casa; che hanno qualcosa da ridire se non ti trucchi in casa; che criticano chi mangia carne; che strepitano contro chi non mangia carne; che si atteggiano a single perfette; che salgono sull’altare a celebrare l’inno della famiglia; che ti devono far sapere quanto e come si sacrificano per i propri figli; che ti prendono per pazza se hai lavorato per 20 anni come una bestia da soma; che hanno qualcosa da dire sui tuoi lavori saltuari; che hanno qualcosa da ridire sulle scelte e gli studi altrui. Sono stata lavoratrice, proprietaria di casa, single, sposata, separata, divorziata, sola, risposata, nullafacente, imprenditrice, lavoratrice stagionale, disoccupata, lavoratrice, cassaintegrata, nuovamente disoccupata, futura mantenuta, madre mancata. E SONO UN CAZZO DI ESSERE UMANO.

Eppure, ancora una volta devo dimostrare la mia accondiscendenza. Respirare e soprattutto non piangere (se piango, perdo punti). Dirvi che sono stata amata tantissimo. Quando non è così. Forse, è li che sta il problema. MIO.

Da ragazza pensavo che, nonostante qualche chiletto in più, sarei piaciuta comunque. Pensavo di incontrare persone piene di cose, quelle cose che ti riempiono l’anima. Del resto, ho sempre amato i tipi alla Baricco (trovarli). Poi, ho finalmente capito che non erano i miei chili, il carattere alla Nick Drake, la mia risatina scomposta, i miei attacchi di ansia o i miei cambiamenti di umore a non piacere alle persone ma la mia fervida immaginazione… Posso avere 16, 26, 36, 48, 70 anni mi sentirò sempre mancata. Fuori luogo, tempo, dimensione. Nonostante Stefano e l’amore per le piccole cose.

In questi giorni sono tornata a scrivere. Per una frazione di secondo ho pensato se “i miei personaggi maschili” fossero troppo “maschili”. Ma alla fine mi sono detta: “Cazzo, sono una persona qualsiasi che scrive un racconto che leggeranno in 50, se va bene 60 persone… non sono mica Shakespeare. Perché devo parlare di guerriere quando io aborro la guerra?”

Se una donna vuole ricamare, lo faccia! Se una donna vuole spaccare la legna, la spacchi. Se un uomo vuole tingersi i capelli di rosa, e sia! Se una donna vuole aprire la portiera della macchina ad un uomo, la apra! Se un uomo vuole aprire la porta ad una donna, che problema c’è? Se io amo i trollbeads e gli smeraldi, me la vedrò IO con la mia coscienza.

E comunque devo dimagrire, cambiare tinta e rifarmi le unghie. Non per voi, ovviamente.

Per me.

***

Entrai in un Magic Shop, dove fui avvolta da una densa nuvola di incenso. Nell’aria aleggiava un profumo dolciastro di erbe e di qualche resina sconosciuta. Le candele erano sparse un po’ ovunque sui mobili, sulle tavole di legno e per terra. Una minuscola nicchia conservava ossa di chissà quale animale, mentre sui banconi, nella semioscurità, riposavano tarocchi, pozioni magiche, pietre, sfere di cristallo, spezie ed erbe. In quel bazar colorato mi sentii nuovamente presa in giro. Cosa diamine ci facevo lì? Vidi una vetrina intera di statuine intagliate, feticci e maschere cerimoniali.

Salve, sono Alison. Posso esserti d’aiuto?”.

Sebbene il mio inglese fosse un po’ arrugginito, riuscii a spiegarle che stavo cercando una persona.

Mi chiamo Isotta Giovenale e sto cercando una donna… Jeneth Brown”.

Alison aveva sì e no quarant’anni. Indossava abiti vaporosi: una gonna lunga e una camicia dalle maniche larghe. Era grossa, più alta di me e con i capelli lunghi color del grano.

Tese la mano e me la strinse. Aveva una mano forte, con dita lunghissime e unghie variopinte.

Mi dispiace, il nome non mi dice nulla”.

E Agata?”.

Agata… Seguimi per favore”.

Mi condusse sul retro, oltre i mobili con le bambole di stoffa. Entrammo in una stanza dalle pareti ricoperte di fotografie e dipinti del diciassettesimo secolo. Lì tra acchiappa sogni e piume, Alison mi guidò verso una signora anziana con gli occhi scuri e la pelle color della terra.

Il suo nome è particolarmente difficile. Puoi chiamarla Due Piume. Fa parte di un’antica tribù che abitava in questi luoghi, gli Wôpanâak… è un’oratrice”.

Credevo che gli ultimi oratori fossero morti più di un secolo fa”.

Non è proprio così”, disse l’anziana squadrandomi da capo a piedi.

Vi lascio sole”, sussurrò Alison.

Perché sei qui?”, chiese Due Piume.

Fino ad allora il mio viso era rimasto nell’ombra. Quando mi avvicinai la donna ebbe un sussulto.

Sto cercando una persona… Agata…”.

Abbassati per favore. Non avere paura”, disse, senza farmi finire la frase.

Mi chinai in avanti e la vecchia mi mise una mano sulla testa.

Cosa sta facendo?”, le chiesi stupita.

Sto cercando la verità”.

Di che verità sta parlando?”.

Tacque per qualche istante.

Non posso fare nulla. È troppo tardi. Agata non esiste più”.

Lo ha capito solo toccandomi la testa?”.

Un giorno, piccola mia, tornerai di tua spontanea volontà. L’energia deve fluire. I boschi reclamano l’uccello dalle piume azzurre e il mare le sue onde”.

Da Alla ricerca di Agata di Simona Matarazzo

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