Intimisto – ultima parte – sulla punta della lingua

Da dove iniziare?

Ho un computer pieno di foto. Ho una vita piena di: storie, parole non dette, treni in partenza, amori non corrisposti, drammi e quelle cose là. Conosco persone che hanno avuto un unico/a compagno/a al loro fianco, altre nemmeno quello/a. Conosco persone che lavorano nello stesso posto da 30 anni. Quando scrivo, giuro, vengo fraintesa. Bisognerebbe rimanere in silenzio. Me lo dico spesso, poi non lo faccio. Ogni volta che cado ne “l’umor nero” vedo le cose come sono realmente: persone, libri, fotografie, scritti, post, parole.

Mi rendo conto che ci sono persone che non fanno mai un complimento, altre che se lo fanno è per tornaconto (fingo di non vederlo), altre ancora si creano un mondo fallato. Ci si impone un pensiero, un’idea, una posizione, una regola, un comportamento. Eppure, se ci fate caso, non ci piacciono i paragoni, sempre che quei paragoni abbiano a che vedere con una persona “vincente”. Dire “sei brava quanto X o la sottoscritta” non è come dire “sei intelligente quanto la tizia o il tizio che ha successo” (dal lavoro ai follawer, scegliete voi). Una gatta morta rimarrà sempre una gatta morta e una persona come me rimarrà sempre una persona come me. Penso troppo. Sono una guastafeste. Poi, sì, ci sono persone gentili, carine, intelligenti, acculturate, simpatiche e bla bla bla. Ad alcuni non capita mai nulla, non gli succede mai niente, o quando capita qualcosa sembra che abbiano passato “la peste del Manzoni”. E applausi, pianti e le solite scenate viste e riviste da quando ho imparato a parlare. Alle elementari il mio compagno di scuola Gianluca mi dette un pungo nello stomaco, non fiatai. Alessandra, che è nata un giorno prima di me, alzò un polverone perché le si era macchiato il grembiule. I miei compagni sbraitarono per lei. Avrei dovuto imparare a lamentarmi, ad attirare l’attenzione, a svenire, a piangere, ed invece ho imparato a “osservare”, ho imparato “la rabbia”. Ostile, sanguigna, passionale, liberatoria. Singolare, viscerale, solitaria, disperata. Dea urlatrice. Sola.

Più vedevo un’ingiustizia più mi arrabbiavo. E più mi arrabbiavo più rispondevo. E più rispondevo più lavori cambiavo. E più lavori cambiavo e più non arrivavo a niente. La rabbia.

A 17 anni trattai male Beatrice, perché lei, anoressica, la facevano lavorare meno; io, che mangiavo quanto un bue e avevo problemi di peso, dovevo fare anche il suo lavoro. Beatrice ed io avevamo lo stesso problema. L’amore andato a male. Ma la rabbia è subdola, ti mostra un’ingiustizia e ti acceca. La lancia nel cassetto dei drammi passati. E’ un demone che si nutre da dentro. Si autoalimenta.

E ancora ci sono quelle, come la mia amica Marina, che girano con il coltello tra i denti, nonostante… ed è il nonostante che fa la differenza. E a me piacciono quelle persone, che parlano poco e arrivano al dunque, qualsiasi sia il dunque. E poi tifo per gli ultimi. Oh sì. Ma non gli ultimi che ogni due giorni ti ricordano le sofferenze della Via Crucis, ma quelli che si prendono un po’ per il culo, che sanno che non va sempre bene. Da non confondere con i leziosi o con i “vincenti”.

Qualcuno si starà chiedendo a che gruppo appartiene o se io ci sono o ci faccio… Tahar Ben Jolloun scrisse: “Essere semplicemente essere è una sfida…”.

E’ da una vita che convivo con me stessa. A volte faccio fatica a sopportare il rombo assordante dei miei pensieri. Ho imparato a gestire la rabbia. Che fece marcire il cuore di mia nonna (madre di mia madre). Ho imparato a convivere con il mio UMORE NERO. Che portava mio nonno Armando (padre di mio padre) a girovagare per intere giornate, lontano dalle bufere.

Ho imparato a raccontare storie attraverso: post, elaborazioni grafiche, fotografie, disegni sbagliati, romanzi. Ho pensato che Armando fosse il figlio dimenticato del Re del Caffè, ho parafrasato la mia vita descrivendo il senso della “seta e del bruco” o “il guscio e la seta”. La mia vecchia casa la chiamavo “la grotta”, “il rifugio dei profughi” o “la tana di talpa”; quella di mia madre, per il caldo, “Africa”. Ho sempre pensato che ogni cosa avesse un senso e che quel senso andasse spiegato. Ho incontrato donne dal cuore di ragno e uomini “macina vento”. Ma, più andavo avanti, più mi rendevo conto che alla gente piaceva/piace la copertina più del contenuto. E, non si direbbe, sono sempre stata pignola. Se faccio una cosa, voglio sia fatta bene, se trovo un errore su Racconto Gotico (e ce ne sono, ma non ho ancora corretto) mi innervosisco. Se una fotografia è sbagliata me ne accorgo, se è decentrata vado fuori di capoccia. Se il disegno è mediocre non lo mostro. E potrei andare avanti all’infinito. Alla mia età ho imparato a convivere con le mie esigenze e “le copertine”. Non è sempre facile. A volte le parole mi rimangono sulla punta della lingua.

Ho imparato a tacere.

L’altro giorno una donna su Facebook ha chiesto, per lavoro, ai lettori quale “immagine” preferissero, e i lettori hanno scelto la peggiore. Si può dire la peggiore? Non sono supponente o antipatica, credetemi. Fosse quello… sono obbiettiva. Altrimenti non si spiegherebbe perché esistono i Malcom Mclaren (altra storia).

La fotografia, i viaggi, il giardino spettinato, Stefano, la casa dei due mondi e il senso che io do alle cose mi hanno salvata. A me non piace invecchiare e non mi interessa cosa diciate o pensiate a riguardo. Però l’immaginazione è la cosa in sé. Quella cosa che ci fa ridere. Come quando Stefano ed io diciamo che “Racconto Gotico” è un long seller (su Amazon dal 2018 e continua a vendere un libro al mese… capirai ;)). O come quando Stefano dice che la moglie fa la scrittrice.

A me piaceva pensare che a qualcuno, vedendo il mio viso in Olanda (fatto da un pittore), gli venisse voglia di sapere chi fossi. Mi piace pensare che qualcuno si ricordi di me per una copertina che ho realizzato (per altri) o abbia visto una delle mie mostre fallimentari o ancora abbia letto uno dei miei racconti e abbia sognato. Sebbene non sia una MaKean, una Caryes Davies, una Avedon… mi piace pensare che, da qualche parte, ci sia qualcuno che, leggendo “Al tempo dei lupi”, gli sia venuta voglia di scrivere un racconto o si sia interessato alle leggende irlandesi. Mi piace pensare che nel raccontarmi qualcuno si riconosca. Mi piace pensare che esistano altre me o altre Violet (che non c’entra niente con me) che ci mettono PASSIONE nelle cose. PASSIONE, cazzo! P A S S I O N E (anche se i miei racconti somigliano a degli Harmony gotici, ahahahah, o le mie foto non sono come quelle della succitata Marina).

Per questo e altri motivi, dopo “il nuovo racconto” e “12”, smetterò di scrivere. Non leggiamo o scriviamo poesie perché è carino, ma perché siamo membri della razza umana. La razza umana è piena di PASSIONE, citando “L’attimo fuggente”.


Che cosa c’è di buono in tutto questo, ahimè, oh vita?

Risposta

Che tu sei qui – che esiste la vita e l’individuo,
che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuirvi
con un tuo verso.

Walt Whitman

E che quel verso… sia fatto per sé e per gli altri.

E ora, se non vi dispiace, torno al mio mondo immaginario.

Se qualcuno si dovesse offendere o rivedere nelle mie parole… non è affar mio. Quindi, che cada ogni malinteso. Questo è il gioco dello sfogo e finisce qui.

Prossimamente un post di foto

Questo post lo dedico a Helga e Angelo che mi insegnarono ad amare la bellezza e la letteratura, o quantomeno a “condividerla”. Grazie di cuore. E poi Angelo fa delle foto stupende…

Ai miei nipoti

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...