Di anime erranti e di nebbia

L’autunno è una stagione piena di aspettative. Se chiudo gli occhi posso assaporarne l’essenza. Profumo di astucci, diari, pennarelli.

Osservo le strade di seta dei ragni, gli alberi che cambiano abito, il sole tiepido tra i rami. Sogno case diroccate tra valli scoscese, brughiere infestate dagli spettri. Penso a Pluckley, il piccolo villaggio inglese. Forse dovrei fotografare, scrivere, inventare storie. Eppure rimango ferma. Immobile. In attesa. Paralizzata dalla sostanza di cui è fatto l’autunno. Creatura vivace.

Mi cibo di visioni, di bacche, noci e frutti arancioni. Ora piove.

Il vento si arrampica tra i rami. Vagabonda nel mezzo. Scioglie i pensieri, fa cadere le foglie. Sgrana il rosario. Preghiera di ottobre.

Il mondo sembra chetarsi. Scivolare nella terra. Lì, dove riposano le ombre.

Fremono le narici. Riconosco l’odore. Sa di sottobosco, fango, pozzanghere. Sa di castagne, legno, radici. Di funghi, cantine, bauli.

E’ tempo di spettri e di foschia. Di anime erranti nella nebbia. Di straziante malinconia.

***

Amo la neve, tuttavia so di non appartenere al suo regno. Le mie eroine avanzano nella coltre bianca senza indugio, io, dopo venti passi, sembro Jack Nicholson nel finale di Shining.

Stefano, di tanto in tanto, mi fa queste sorprese. Dopo qualche ora di auto, eccomi immersa nel gelo, ad assaporare le promesse invernali.

Raggiunta la mulattiera per il bosco di Rio Freddo, mi incamminai tra gli alberi e le radici contorte. In alcuni punti la neve era poco compatta e si sbriciolava sotto le scarpe. Ad un certo punto, non perdendo di vista i segni che evidenziavano il percorso, entrai nel cuore del bosco e percorsi una stradina fitta di castagni e arbusti spogli. Superata quella parte ombrosa, mi ritrovai immersa nella quiete assoluta. Avvertivo solo il mormorio dei rami lambiti dall’aria gelata. La neve, che al mattino scendeva copiosa, si era trasformata in minuscole piume luccicanti.

“Che pace!”, bisbigliai.

Dai cespugli che costeggiavano il sentiero sbucò un capriolo. Ci guardammo per qualche secondo. Feci appena in tempo a scattargli una foto.

da “Il destino di Alice” di Simona Matarazzo

Sepolte nel bianco spuntavano le radici nerastre, e al posto delle foglie sui rami c’erano cristalli di ghiaccio. In un immutabile crepuscolo, le ombre ridisegnavano le sagome, donando al bosco un aspetto lugubre. In circostanze diverse avrei trovato tutto ciò romantico. Mi sarei sentita come quegli eroi di cui parlano i libri. Se non fossi stata così sciocca da inseguire la mia immaginazione, non mi sarei mai trovata, sola, in una foresta.

Da “Al tempo dei lupi” di Simona Matarazzo

Se queste ombre vi hanno offeso, pensate (e cada ogni malinteso), Di aver soltanto sonnecchiato, Mentre queste visioni vi hanno allietato. E questo tema ozioso e futile. Non più di un sogno vi sarà utile. Gentili amici, non rimproverate; Miglioreremo se perdonate…

Shakespeare

A Tati, Simo, Marina e Afra. A voi spiriti erranti.

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