(∂ + m) ψ = 0 e altre storie

Il post si divide in più parti. Ho tolto alcuni post perché troppo personali. Questo rimane… follia per follia… ;).

Audio della sottoscritta (non ho trovato di meglio) poesia di Emily Dickinson

Il post si divide in: Le note, Autunno, Interno 7, Poesia?, Ammmmore, Il Dio delle piccole cose

Le note

Le note di testa sono quelle percepite al primo impatto, sono la prima impressione, la parte più fugace del profumo, e quindi la più volatile, un’impennata del profumo che dopo poco svanisce nel nulla. Di solito sono date dai frutti degli alberi, dagli agrumi, e da alcuni tipi di foglie e fiori.

Le note di cuore danno carattere al profumo e si percepiscono dopo circa due ore, quando le note di testa si sono dissolte completamente. Durano circa quattro ore e comprendono tantissimi archetipi di note ed essenze differenti.

Infine dopo otto ore, le note di cuore scemano del tutto e solo le note di fondo persistono. Queste ultime possono perdurare anche più di un giorno e sono tipicamente note legnose, orientali, di cuoio, ambrate e di resine.

Questi tre “stadi olfattivi”, sebbene visualizzati e riconosciuti nella descrizione delle composizioni olfattive, non possono essere precisamente distinti perché le note si sovrappongono l’una all’altra, formando accordi e contribuendo, così, in modo naturale all’armonia del profumo.

Da “La grammatica dei profumi” di Giorgia Martone

Quando entro in una profumeria tento sempre di capire l’ingrediente segreto. Ecco, le note di testa, cuore e fondo sono, da molti anni, il mio codice.

***

Autunno

Dell’autunno mi piace l’odore. Nel mio sangue sa di ambra, muschio e caffè. Sa di foglie, vaniglia e legno di sandalo. Sa di tabacco, tè, benzoino.

Dell’autunno mi piace il gusto. Nel mio cuore sa di castagne, uva e zucca. Sa di radici, funghi e mele. Sa di melograni, spezie e cedri.

Dell’autunno mi piace lo sguardo. Nei miei occhi sa di colline dorate, chiome rossastre, sfumature arancioni. Sa di fango, nebbia e tappeti di foglie. Sa di vento sul mare, racconti di sabbia e di scogli.

Dell’autunno mi piace il suono. Nelle mie orecchie sa di soffi, crepitii e lamenti. Di cigolii, respiri e spaventi. Di sciabordio, bisbigli e incanti.

Dell’autunno mi piace il tatto. Nella mia testa sa di velluto, umidità e spine. Di seta, brividi e terra croccante. Di vapore, increspature e pelle ruvida.

Dell’autunno mi piace il senso. Il guscio e la seta. La trama e l’ordito. Il tessuto delle anime erranti.

***

Interno 7

Le mie giornate, forse noiose, iniziano con un giro tra i fiori e sul prato. A me piace l’autunno per l’aria che sa di fango, le storie di spettri e i progetti. Mi piace fotografare, perdermi da qualche parte in un libro, racconto, pellicola. Mi piace scrivere anche quando non ne sono capace o le parole non si allineano come vorrei nel cervello.

A volte mi faccio prendere dalla malinconia (come mio nonno Armando prima di me), allora Stefano mi porta tra i boschi.

Sa che lì divento un re, un cavaliere, una dama, un drago, una biblioteca, un museo, un albero, il vento che gioca tra i rami. Lì divento nebbia o muschio e mi perdo… A me piacciono le storie, perché posso essere qualsiasi cosa.

***

Poesia?

Le foglie gialle e arancioni spuntano sui capelli degli alberi.

Sogno il vento tra le fronde. Ne faccio uno scrigno, cibo per i poeti.

Chiudo gli occhi. La penna scrive su fogli color avorio.

Inchiostro di onde e radici. Di intrecci e di ombre.

Il legno mi è entrato dentro la carne. Sono pianura, vallata, vetta. Sono sorella, amica, compagna. Sono albero che si denuda.

Immergo le dita dentro la terra. Pelle sulla mia pelle.

Sono sonnambula.

Il terreno mi è entrato sotto la carne. Sono nuvola, acqua, cielo. Sono quiete, saggezza, tempesta. Sono nervatura ramificata.

***

C’è qualcosa che mi sfugge in questo autunno

Una sensazione nebbiosa

L’odore di un ricordo

Un’emozione di lana in una sciarpa

Il gusto delle foglie rosse

La lacrima di un fico

La pioggia sul tetto che definisce i miei confini, stretti

C’è qualcosa che non è ancora autunno

Ma lo ritroverò in una tazza che profuma di cannella

Nella carta dei libri che aspettano

Nell’inchiostro che tingerà le mie dita

In quegli abiti che mi portano lontano nel tempo ma più vicino a me stessa.

Sara Crystal Rain

Poesia 656 (circa 1862)


Il nome – suo – è “Autunno” –
Il colore – suo – è Sangue –
Un’Arteria – sulla Collina –
Una Vena – lungo la Strada –
Grandi Globuli – nei Viali –
E Oh, l’Acquazzone di Tinte –
Quando i Venti – rovesciano il Bacile –
E versano Pioggia Scarlatta –
Sparpaglia Berretti – laggiù –
Forma rubicondi Stagni –
Poi – avvolgendosi come una Rosa –
se ne va –
Su Vermiglie Ruote

Emily Dickinson

***

Ammmmmmore

Sto scrivendo l’ennesimo racconto (probabile giallo), per quanto mi sforzi di non cadere nel romanticismo, l’autunno continua a ricordarmelo. Sebbene i miei racconti siano romantici (lo ammetto), non sono un’amante dei film o dei romanzi d’amore, eccezioni a parte. Sono tra quelle sciroccate che ha visto una ventina di volte le dichiarazioni di Harry (Harry, ti presento Sally) e di Rochester (in tutte le versione di Jane Eyre). Per me il romanticismo è: Gatsby; la signora Loomis e il signor Forester ne “L’estate incantata” di Bradbury; il colonnello Brandon di “Ragione e sentimento”; Spike di “Buffy”. Insomma, il romanticismo per me non è Edward di Twilight o Mr Grey delle sfumature, anche perché preferisco Mr Grady a Mr Grey (non spiego). Una mia amica ha criticato “Al tempo dei lupi” per il “macerante tormento”, figuriamoci se leggeva “Il destino di Alice”.

***

Comunque, ottobre (non la primavera) è il mese dell’amore e quindi, dai, vi lascio le di mie parole. L’autoironia non guasta mai. I racconti ovviamente si trovano su Amazon (nemmeno la pubblicità guasta mai).

Douglas MacFarlane mi narrò la storia del vino Châteauneuf-du-Pape e di una terra battuta dal sole tra Orange e Avignone. Attraverso i suoi racconti riuscii a percepire l’aroma del vitigno chiamato Grenache. Potevo degustare le singole note. Ora sentivo il sapore della ciliegia matura, poi quello del ribes nero e infine il profumo del tabacco. Avvertivo il soffio freddo del Mistral. Passammo dalla Francia ai territori aspri e selvaggi della Toscana. Nelle sue narrazioni scorgevo il giovane Douglas. Malgrado ciò ero colpita dall’uomo che avevo dinanzi e non da quello che era stato. Benché non ci vedesse, Douglas MacFarlane sprigionava un gran fascino. Non ero attratta tanto dalla sua eleganza, dalla sua educazione, quanto dal modo in cui affrontava la vita. Ero inebriata dalle sue parole.

“La sto annoiando?”, mi chiese tutto ad un tratto, riportandomi alla realtà.

“Tutt’altro. Grazie a lei ho avvertito il silenzio umido della rugiada, ho visto gli alberi carichi di frutta e ho immaginato quella casetta sperduta nella campagna toscana. Ho camminato lungo le aiuole fiorite e assaporato il profumo fragrante di albicocche secche, di uva sultanina e di miele…”.

“Suppongo che le piacerebbe vivere ai margini del bosco”.

“Ci è andato vicino. Il mio sogno è una casetta immersa nel verde, circondata da un giardino all’inglese. Mi piacerebbe coltivare rose antiche, lavanda, calendule, elleboro e nasturzi. Mi racconti ancora qualcosa. Oltre ai vigneti, colleziona libri antichi, è corretto?”.

Il volto di MacFarlane si oscurò, come in preda a qualche preoccupazione.

“Ho detto qualcosa di sbagliato?”, dissi per spezzare la tensione.

“Mi meraviglio di tanto interesse”…

da Alla ricerca di Agata

“Dovresti mostrare ad Alice la tua biblioteca. È molto brava con le citazioni”, disse Mac Lean rivolgendosi a Forster.

“Ci sono già stata”, risposi, cercando di tagliare corto.

“Davvero, signorina Altilia?”, domandò James incupito.

“Glielo avrei detto”.

“Anche a me piacciono i libri”, ribatté Anne Crane. “Qual è l’ultima cosa che ha letto?”, mi chiese, più per educazione che per interesse.

“Il sonetto <<Como l’argento vivo fugge ‘l foco>> di Giacomo da Lentini”, rispose Forster per me. “Vero, signorina?”.

“Sì”, replicai, sperando che quella conversazione terminasse quanto prima.

“Non l’ho mai sentito”, disse Crane sbigottita.

“È considerato l’ideatore del sonetto”, risposi sovrappensiero.

“La donna è al centro della sua lirica, fino a risultare più importante dei vassalli, che dichiarano la loro incapacità”, disse Forster fissandomi.

“Tipico dell’amor cortese. Le donne non avevano voce se non sui testi scritti dagli uomini”, obbiettai nervosa.

“Di cosa parla questo sonetto?”, chiese George, intuendo la tensione nello sguardo dell’amico.

“Non lo rammento”, mentii, tentando ancora una volta di svignarmela. “Buon pomeriggio”, dissi.

Ero quasi sulla porta quando sentii la voce di Forster recitare: “… veggendo voi, ardiment’ho sì poco, ch’io non vi saccio dicer lo mio core; così, tacendo, perdo d’aver gioco…”.

Il destino di Alice

“C’è qualcuno?”, chiesi.

Il corridoio era illuminato dalla luce della luna.

Edward Brandon stava entrando nella sua stanza. Nel sentire la mia voce, si girò. Ci guardammo per alcuni secondi. Tremavo. Mi resi conto che indossavo solo la camicia da notte.

“Per un momento ho sperato…”, si bloccò.

“Cosa avete sperato signor Brandon?”, chiesi.

“Chiamatemi per nome, Anna”.

“Non avete risposto alla mia domanda… Edward”.

“Ho sperato che ve ne foste andata”.

Mi resi conto in quel momento che la voce di Edward Brandon mi era mancata. Il cuore si mise a battere forte nel petto.

“Vi sono così antipatica… signor Brandon?”, balbettai.

“Dite il mio nome ancora una volta…”.

“Iarfhlaith”, dissi giocando.

Con uno scatto improvviso il signor Brandon si avvicinò, mi prese la testa tra le mani e mi baciò.

“Non posso”, disse, parlando come con se stesso. “Vi chiedo scusa Anna, non avrei dovuto. Qualsiasi cosa accada domani, fidatevi di me”, mi sussurrò all’orecchio, per poi lasciarmi da sola in quel corridoio gelido.

Mi fermai davanti alla sua camera, ma non ebbi il coraggio di bussare.

Decisi di tornare nella mia stanza, tentando di fare meno rumore possibile. Ma mi bloccai nuovamente dinanzi alla porta. Mi sentivo come se avessi potuto restare là per sempre, in una sorta di limbo.

Al tempo dei lupi

***

Il Dio delle piccole cose

***

Foto e post di SimonaEmme

Non mi intendo d’amore
Non lo so parlare
Non mi intendo di te
È per questo che non vieni con me
Io non abito al mare
Ma lo so immaginare
È ora di andare a dormire
Ma è la mente che ci porta via
Oltre queste boe
Sembra una bugia
Per chi non sa nuotare Queste cose vorrei dirtele all’orecchio
Mentre urlano e mi spingono a un concerto
Gridarle dentro un bosco, nel vento
Per vedere se mi stai ascoltando
Queste cose vorrei dirtele sopra la techno
Accartocciarle dentro un foglio e poi centrare un secchio
Stasera non mi trucco che sto anche meglio
Voglio vedere se mi stai ascoltando
Se mi stai ascoltando Non mi intendo d’amore
Non lo so spiegare
Ma quando mangio con te
Ho paura che arrivi il caffè
Che tu sia troppo dolce con me
Vorrei alzarmi da qui
Vedere se mi rincorri fuori Queste cose vorrei dirtele all’orecchio
Mentre urlano e mi spingono a un concerto
Gridarle dentro un bosco, nel letto
Per vedere se mi stai ascoltando
Queste cose vorrei dirtele sopra la techno
Accartocciarle dentro un foglio e poi centrare un secchio
Stasera non mi trucco che sto anche meglio
Voglio vedere se mi stai ascoltando
Se mi stai ascoltando Una serie di emozioni da evitare
Forse è meglio se parliamo di università
O della Serie A…

Francesca Michielin / Edoardo D’erme

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