Nebbia

Credo fossi innamorata di X, ricordava una di quelle muse preraffaellite: pelle chiara, occhi chiari, viso ovale. Mi piaceva la sua cantilena, i libri che leggeva, i disegni, la scrittura, i silenzi. Ho ancora le sue lettere, i suoi ritratti, quelli fatti da lei, e “Camminare”. Penso alle etichette: bisessuale, omosessuale, eterosessuale… e poi c’ero io. Anima.

Camminare nella nebbia è un’esperienza che dà alla testa. Vorrei perdermi tra i cristalli di ghiaccio e le goccioline d’acqua. Confondermi nell’aria, tutt’uno con il paesaggio. Svanire.

La nebbia sfuma i contorni. Accentua i rumori, i silenzi. Cela la trama. Naufrago con lei. Divengo spettro tra gli spettri. Un’ombra.

Camminare mi calma lo spirito. Mi racconta. Sa di me più di quanto non riesca a dire.

Le parole non hanno più valore.

Sono un dipinto. Una figura mitologica.

La natura mi riconosce. Mi vede. Mi sente. Mi abbraccia. Mi ingoia. Sono in lei. Lei è in me.

Mi comprende.

Shhh.

La nebbia induce a credere… nell’impossibile.

Cammino. Sono creatura d’acqua. Vapore.

Nelle sfumature sono assenza essenza.

Musa.

***

La letteratura gotica utilizza spesso luoghi decadenti, scenari cimiteriali. L’autunno, forse più dell’inverno, ci evoca il senso del sublime. Alcuni di noi si tuffano in letture cupe o spaventose. La pioggia, la nebbia, le foglie marce, il loro odore, predispongono l’anima all’ascolto.

Sono sempre stata affascinata dall’oscurità, dal terrore dell’ignoto, da certi racconti.

Mi attraggono le leggende o le storie più strane, come le bottigliette per contenere le lacrime (acchiappa lacrime) o la Camera delle meraviglie (Mirabilia).

Le bottiglie acchiappa lacrime erano comuni già nell’antica Roma. Nel periodo vittoriano coloro che avevano perso i propri cari raccoglievano le lacrime in bottiglie decorate. I tappi permettevano alle lacrime di evaporare. Una volta svanite, terminava il periodo di lutto.

***

Ho avuto la fortuna di frequentare un po’ di tutto e la sfortuna di non appartenere a nessun gruppo. Mi sono sentita come un’infiltrata. Mi sono cibata di storie, esperienze, gusti, perfino di identità altrui. Amo l’arte e conosco i trascendentalisti grazie a X; sono diventata “critica” dopo aver frequentato D. Tutto quello che so su DC, Marvel, le leggi della robotica, i libri e i telefilm di fantascienza, perfino il linguaggio html, lo devo soprattutto a Mr. L., il mio primo marito. Da Stefano ho imparato a distinguere gli insetti, i volatili, le anticaglie, gli alberi (non tutti), a capire il linguaggio della terra, a osservare il cielo. A me piace ascoltare, assimilare, stupirmi. Eppure non mi sento del tutto “compresa” (è un problema mio). A volte mi perdo nelle piccole cose: un ditale, un coccio, un ago, un astuccio, un ciondolo, una lettera, una parola, un filo d’erba. Ci si aspetta dalle persone severità o spensieratezza, come se le due cose non possano coesistere.

Da un post del 2016 (mi ero trasferita da poco da Stefano)

... la famiglia di Stefano conservava tutto: cartoline, ricami, bigliettini, santini, spilline, stoffe, libricini, preghiere e lettere. Un mondo epistolare che racchiude stralci di vita: aspirazioni (poche), educazione, incertezze, raccomandazioni, paure, lavoro, amicizia. Non ci sono romanzi, libri di storia che riescono a raccontare o a trasportare così lontano come quelle parole, scritte in modo pulito, con calligrafie armoniose, colme di speranze, sogni, e al contempo castigate. Con tutta probabilità i miei parenti erano mezzi analfabeti, mentre quelli di mio marito sapevano mettere più di due parole in croce. La zia lontana, che per educazione chiamerò Elisabetta, conservava qualsiasi cosa. Elisabetta ha sorelle, una migliore amica, una maestra che la adora e due uomini innamorati di lei.

Forse per la famiglia, forse per scelta, è rimasta nubile. Per più di mezzo secolo, fino alla fine, ha custodito gelosamente quelle lettere dentro le loro buste. Avrà pianto? Sperato? Amato? Non lo saprò mai. Riccardo, il primo, è seccante. Chiede di impalmare Elisabetta, che, con sorpresa, declina. Dalle lettere si evince che Riccardo, indispettito, vuole conoscere il motivo di tale affronto, anzi, suggerisce di far delle ricerche sulla sua persona, giacché è facoltoso e rispettato dai vicini. Convinto che il rifiuto provenga dalla famiglia di lei, insiste nel conoscere la cagione, e continua a inviare al padre di Elisabetta olio e vino. Ora, non si sa bene come, il Riccardo delle lettere potrebbe aver sposato una delle sorelle di Elisabetta. Le ricerche continuano…

Leonardo, invece, è quel tipo d’uomo che si trova SOLO nei testi ROMANTICI, con la R maiuscola. Le sue lettere sono colme di amore, poesia, languore. Leonardo è un fiume in piena: incanta, appassiona, rapisce. Tra il 1921 e 1922 i due amoreggiano, almeno si evince dall’espressione di lui “fare l’amore”, che non significa far “sesso”. Elisabetta è casta, timorata di DIO, obbediente, “sottomessa”. Ed è quello che le hanno insegnato. Perfino il giorno del suo diciottesimo compleanno, colei che le fu maestra le dice di prestare attenzione, ponendo l’accento sulla malvagità del mondo, augurandole di rimanere buona, obbediente e docile.

L’ultima lettera di Leonardo, scritta il 7 marzo del 1922, è composta da poche righe:……… eppur ho ancora speranza. Saluti cari Leonardo

Attraverso queste lettere si viene a conoscenza di un mondo dove l’espressione “casa e chiesa” la fa da padrone, eppure quegli scritti straripano di umanità: la sorella si annoia per le giornate scandite da studio, messe (due al giorno, una alle sette del mattino, una alle cinque di sera) e lavoro; la compagna di classe sente la mancanza di casa; l’amica rimpiange i tempi in cui studiavano assieme. Di Elisabetta si sa poco. Ama leggere, acquista stoffe prestampate per ricamare, cartoline colorate, quadretti. Conserva gelosamente tutti i piccoli doni di carta, che noi chiameremo origami, fatti dalle sorelle e amiche. E’ studiata, a dispetto delle donne della sua epoca lavora, fa l’insegnante. Non riesco a non pensare a Leonardo e alle sue parole per Lei.

Elisabetta e Leonardo mi hanno aiutata a scrivere “Alla ricerca di Agata” e “Al tempo dei lupi”, senza di loro, e senza “le mie follie”, non sarei mai riuscita a realizzare qualcosa di sensato.

Sentirsi accolti significa parlare dell’odore che hanno i bauli, della gioia che si prova nel vedere quel dato oggetto o nello scoprire un piccolo tesoro… senza sentirsi fuori posto.*

*nel mentre scrivo, la manica del cardigan è affogata dentro al tè (come volevasi dimostrare).

***

Dietro a un quadro (vecchi appunti)

Jan Van Eyck – amore eterno

Il pittore fiammingo Willem van Haecht (1593-1637) nel 1628 dipinge “La collezione di Cornelis van der Geest”, un noto collezionista d’arte di Anversa, nonché amico di Rubens. Il quadro raccoglie ospiti illustri tra cui gli arciduchi Alberto e Isabella, mentre tra le opere troviamo Rubens e Dürer. Molti sono i dipinti appesi alla parete, tuttavia solo uno rivela qualcosa di inaspettato: mostra una cameriera in abito rosso e una donna nuda mentre si bagna con una spugna. Il pannello sembra proprio il dipinto perduto di Jan Van Eyck. L’umanista Bartolomeo Facio (1410-1457) nel 1456, parlando dell’originale, ne fa una relazione dettagliata; nel dipinto descritto dal critico appare una donna assistita da una cameriera. Una delle due figure femminili ha un velo di lino sottile che lascia solamente la testa e il seno esposti, mentre uno specchio riflette la parte posteriore del corpo. Bartolomeo Facio descrive anche una lampada e un cane che richiamano il famoso dipinto di Eyck: “I coniugi Arnolfini”. Anche i critici Giorgio Vasari (1511-1574) e Karel van Mander (1548-1606) raccontano di questa opera enigmatica. Per lungo tempo si pensa perduta, fin a quando non compare nel dipinto di Willem van Haecht. Un altro pannello rimanda al lavoro di Eyck, risale al 1500, ed è di un anonimo artista olandese. L’originale di Eyck è insolito e audace e i critici, studiando le due copie, collegano la figura femminile a Giovanna Cenami, futura moglie del mercante italiano Arnolfini. Alcuni sospettano che possa essere una sorta di bagno prematrimoniale, per via dei simboli e delle rassomiglianze con il dipinto “I coniugi Arnolfini”, come suggerisce la critica dell’arte Linda Seidel (nata nel 1939).

A questo punto della storia la trama diventa ingarbugliata. Osservando lo splendido dipinto de “I coniugi Arnolfini”, esposto al “National Gallary” di Londra, si rimane coinvolti dal realismo della scena. Il museo espone il quadro nel marzo del 1843, e il critico John Ruskin (1819-1900) è uno dei primi a pensare che i coniugi non siano altri che il pittore e la moglie.

I due giovani, alquanto austeri, indossano abiti sontuosi. Nel quadro vi sono dei particolari che conquistano l’osservatore più attento: i calzari abbandonati sul pavimento, la frutta lasciata sul davanzale, il cane (simbolo di fedeltà), il rosario, l’unica candela accesa sul lampadario, la presunta gravidanza della ragazza, la donna intagliata sulla spalliera del letto, lo specchio. Il pittore non risparmia i protagonisti: la donna appare paffutella e sottomessa, mentre l’uomo possiede grandi narici ed è privo di sopracciglia. Non mancano i simboli: il vestito di lei è verde ed esprime la fecondità; la donna intagliata, con ai piedi un drago, potrebbe essere Santa Margherita di Antiochia, patrona delle partorienti; i calzari di lei sono posti accanto al letto, mentre quelli di lui sono in primo piano, aperti al mondo esterno. Al di là delle simbologie virginali, come il rosario e la verga, che contrastano con l’ipotetica gravidanza, quello che ci colpisce maggiormente è lo specchio, nel quale si nota la maestria di Eyck. Grande appena pochi centimetri, sulla cornice sono rappresentati dieci episodi della passione di Cristo, e nello specchio convesso sono riflessi i due coniugi di spalle e un paio di figure che li osservano. Di sicuro uno di questi è il pittore stesso. Lo specchio convesso è popolare nelle Fiandre, posto vicino alle porte e alle finestre sarebbe in grado di scacciare gli spiriti maligni.

Il dipinto mostrerebbe, a detta di Joseph Archer Crowe (1825-1896) e Giovanni Battista Cavalcaselle (1819 -1897), il commerciante Giovanni Arnolfini (1400 ca -1472) con la moglie Giovanna Cenami, entrambi benestanti. Attraverso il quadro si sottolinea la loro sacra unione. A dimostrazione di ciò, Eyck escogita un piano, non solo pone due testimoni all’interno dello specchio ma lascia un’iscrizione sulla parete: Jan van Eyck fu qui. La storia a questo punto potrebbe apparire solo un po’ confusa, non si sa bene se i “coniugi” siano sposati o fidanzati, se la ragazza è vergine o in dolce attesa, se tra i due “testimoni” c’è lo stesso Eyck e soprattutto se il dipinto scomparso rappresenti Giovanna Cenami. Del resto, se osserviamo attentamente le copie della “Donna al bagno” e le accostiamo all’opera de “I coniugi Arnolfini” non possiamo che concordare sulle somiglianze: l’atmosfera intima e familiare, i calzari, il cane, lo specchio. La trama tuttavia si infittisce quando scopriamo, grazie allo storico francese Jacques Paviot (nato nel 1955), che Giovanna Cenami è la seconda moglie del commerciante, sposata nel 1447, tredici anni più tardi dalla realizzazione del dipinto. La prima moglie, Costanza Trenta muore nel 1433 e l’opera è datata 1434. Chi sono i coniugi dipinti? Eyck si è ritratto nello specchio? Che fine ha fatto il pannello scomparso e chi era la donna ritratta?

A volte la verità è più semplice di quello che sembra, altre volte rimane nascosta nella storia. Costanza Trenta muore di parto, e se si osserva la tela da un’altra prospettiva, notiamo che c’è solo una candela accesa, in pieno giorno, ed è sulla testa dell’uomo. Non possiamo escludere che il personaggio misterioso sia la prima moglie di Arnolfini, impressa sulla tela, quasi a suggellare un amore eterno.

Dietro a un quadro – parte seconda

È inverno, la luna è alta nel cielo. Nel silenzio spettrale, avanza un gruppetto di monaci verso la croce, all’interno dell’entrata gotica in rovina. L’abbazia diroccata sembra galleggiare, tanto è bianco il suolo intorno a lei. Le tonache dei monaci sfiorano la neve fredda: è una processione funebre. I rami nodosi delle querce si allungano prepotenti verso la luce misteriosa che incombe su quel luogo. “L’abbazia nel querceto” del 1809-10 è un quadro dell’artista tedesco Caspar David Friedrich (1774-1840), i ruderi da lui dipinti sono quelli della chiesa conventuale di Eldena, nei pressi di Greifswald. Friedrich dipinge le rovine dell’abbazia dopo un viaggio a Rügen. Sembra, però, che l’idea del quadro risalga a un disegno a seppia, ormai scomparso, del 1804, in cui l’artista rappresenta il proprio funerale.

Ammirando il quadro, come per altri lavori di Friedrich, l’osservatore finisce per muoversi all’interno del paesaggio. Il dipinto si divide in due parti: la zona in primo piano è quella in cui camminano i monaci; la seconda sezione è il cielo sopra il portale gotico. Chi guarda il dipinto rimane colpito dalle querce, dalla luna, dalla luce nostalgica, quasi divina.

La morte entra di prepotenza nella vita del pittore, prima con la scomparsa della madre, quando ha appena sei anni, poi con la perdita delle sorelle, Elisabeth e Maria, e del fratello Johann Christoffer. Tenta il suicidio all’età di trenta anni. Di conseguenza alcuni suoi dipinti risentono di questi eventi dolorosi.

Ammirando “L’abbazia nel querceto”, la morte rappresentata dagli alberi rugosi, è alleggerita dall’entrata gotica, una sorta di portale che conduce all’eternità. Friedrich riproduce un inverno altamente spirituale, in cui i personaggi si aggirano tra le tombe sparse nel cimitero.

“Abbazia nel querceto” ha un grande impatto nell’immaginario collettivo. Ernst Ferdinand Oehme (1797-1855) dipinge “Processione nella nebbia”, dove si individuano gli stessi elementi: i monaci tra la nebbia, la luce trascendentale, l’architettura gotica.

Guardando “Il mare di ghiaccio – Naufragio della speranza”, di Friedrich, rimaniamo turbati. Le lastre di ghiaccio rubano la scena alla nave imprigionata. Intravediamo nella tela il concetto di “sublime”: il gusto per il terrore, la forza minacciosa della natura. Tuttavia, come per “L’abbazia nel querceto”, il quadro narra una storia, in questo caso si ispira alle spedizioni polari di Sir William Edward Parry (1790-1855). Nonostante l’impegno e gli studi a olio del 1820-1821 per realizzare il ghiaccio, nel 1824 la tela non riscuote il successo del pubblico e rimane invenduta.

Nel 1795, il poeta inglese William Cowper (1731-1800) scrive il poema “The Task” (il compito). Tra le liriche spicca “Kate”, una fanciulla resa folle dalla scomparsa in mare dell’amato. Il pittore svizzero Johann Heinrich Füssli (1741-1825), influenzato dal romanticismo tedesco e dalla “Sturm und drung”, realizza un’illustrazione, alquanto incisiva, del momento in cui la sfortunata Kate impazzisce. L’artista sottolinea la profonda afflizione della donna: le braccia paralizzate dall’agitazione, le vesti e i capelli scombinati dal vento, gli occhi grandi e sgranati. Füssli, attraverso la sua arte onirica, è una delle figure più singolari del momento. Dipinge quello che i romantici venerano in Shakespeare e condizionerà scrittori crepuscolari come E.T.A. Hoffmann e pittori visionari come William Blake.

Davanti al sublime l’uomo si sente impotente. La sterminata bellezza del mondo è un mistero che tocca tutte le arti, dalla musica alla scrittura, dalla poesia alla pittura. Come le figure di spalle dipinte da Friedrich, che si affacciano su terre ancora inesplorate, gli artisti si abbandonano al languore dell’oceano, dei tramonti e delle montagne.

There often wanders one whom better days
Saw better clad, in cloak of satin trimmed
With lace, and hat with splendid ribbon bound.
A serving-maid was she, and fell in love
With one who left her, went to sea, and died.
Her fancy followed him through foaming waves
To distant shores, and she would sit and weep
At what a sailor suffers; fancy too
(Delusive most where warmest wishes are)
Would oft anticipate his glad return
And dream of transports she was not to know.
She heard the doleful tidings of his death
And never smiled again. And now she roams
The dreary waste; there spends the livelong day,
And there, unless when Charity forbids,
The livelong night. A tattered apron hides,
Worn as a cloak, and hardly hides a gown
More tattered still; and both but ill conceal
A bosom heaved with never-ceasing sighs.
She begs an idle pin of all she meets,
And hoards them in her sleeve, but needful food,
Though pressed with hunger oft, or comelier clothes,
Though pinched with cold, asks never. Kate is crazed.

William Cowper

Appunti da un vecchio progetto finito malissimo: “La mappa dell’immaginazione”.

***

Foto tra la nebbia

Semplicemente autunno

***

Non vorrei rovinare l’atmosfera, ma è un post, una sfumatura…

***

***

Musica del post

Sabbia d’oro tra i capelli
Acqua seta tra i coralli
Alghe intorno alle caviglie
Più preziose delle perle

Naturale paradiso
Si rifrange sul mio viso
Fra gli scogli e le conchiglie
Acqua mia seconda pelle

Il mio nome appartiene al mare
E del mare la mia vita è di una barca i suoi frammenti
Son memorie galleggianti
Riportate fino a riva
Epitaffio di una storia

Ecco un gruppo di gabbiani
Guarda e ride degli umani
Mentre nutro i miei neuroni
Di calore e di colori

Il mio nome appartiene al mare
E del mare la mia vita è

Qui tra i ricci e le meduse
E creature misteriose
Io divento una sirena
Coda azzurra e chioma scura

Superfici iridescenti
I tuoi occhi son diamanti
Un tesoro degli abissi
Li’ lo vidi e li’ mi persi

Il mio nome appartiene al mare…

Meg

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