Nella tradizione

In un piccolo paese di collina viveva una donna. Ella si occupava dei poveri, e il marito, essendo un avaro, non era contento della situazione. Un giorno la donna si riempì il grembiule di piccole pagnotte per regalarle alla gente bisognosa. Per strada incontrò il marito, che le chiese cosa nascondesse e lei rispose: “Delle rose”. Aprì il grembiule e caddero dei bellissimi fiori… Il marito sbigottito ne prese uno e se lo mise sul cappello. Più tardi incontrò delle persone che risero, finché uno gli chiese: “Ma che cosa ci fate con una pagnottella sul cappello?

Racconto di Masche narrato da Marina V.

Le streghe nella tradizione

Inizialmente la Dea, come nelle statue provenienti dalla Creta Minoica, veniva raffigurata in compagnia di animali come serpenti e gatti, entrambi demonizzati dalla religione cattolica. Il serpente, secondo la tradizione biblica, diviene il simbolo della “conoscenza”, della “penetrazione”, e induce Eva al peccato. Il gatto compare come animale sacro ne “Libro dei morti” (Egitto), dove uccide il malvagio serpente Apophis, strappandogli la testa. Nell’Antico Egitto questo animale era protetto dalla Dea Bastet, il quale culto raggiunse una tale diffusione, che chiunque avesse recato danno ad un gatto, sarebbe stato punito dalla legge. Ciononostante i navigatori fenici li contrabbandarono fuori dal paese, insieme ad altre merci ritenute preziose. Grazie ai Romani, il gatto raggiunse le Isole Britanniche; nella Roma antica i gatti erano sacri a Diana e si pensava avessero poteri magici, quando moriva un gatto nero, le ceneri venivano sparse sui campi come simbolo di fertilità; presso i Germani questi animali erano sacri alla Dea Freya. Per questa origine pagana, il gatto venne più volte indicato come la personificazione del male, ed è probabile che il costume francese di murare il gatto tra le mura di una chiesa volesse dare ad intendere il trionfo del bene sul male.

Nell’Europa medievale le fate, da prima eleganti e bellissime, vennero trasformate dagli scrittori in esseri malefici, stessa cosa accadde per i gatti, i quali venivano uccisi nei campi a sprangate dopo le messe o seppelliti vivi nei crocicchi.

Col passare dei secoli si è andata a delineare la figura della strega. I vecchi sortilegi contadini, che si fondavano in principal modo nel gettare fatture al vicino o agli animali, trovano riscontro nelle testimonianze dell’alto Medioevo. I rimedi attuali si appoggiano su consuetudini mediche “arcaiche”, tra queste troviamo: la corteccia del salice, da cui è stato estratto l’acido salicilico, il principio attivo dell’aspirina; l’ouabaina, ormone steroideo, ricavato dall’Acocanthera abissinica, contro le aritmie cardiache; i bagni nelle sorgenti di acque minerali, riscoperti di recente. Un racconto inglese del 860 a.C. narra di un malato di lebbra, Bladud, che guarì dopo essersi immerso in un acquitrino caldo del fiume Avon; reperti archeologi dimostrano che sulle spiagge russe del Mar Morto e sulle Alpi svizzere, gli uomini preistorici usavano bagnarsi nelle acque minerali e termali. La medicina popolare era praticata soprattutto dalle donne. Le streghe “herbane” conoscevano l’efficacia di molte piante e pietre, e seguivano le condizioni astrologiche e meteorologiche.

(…)

Nel materiale medioevale possiamo scorgere un gran numero di ricette lasciate da queste donne, alcune sono sostanzialmente innocue, in altre si trovano ingredienti “impuri”, ad esempio: sangue, sperma, secrezioni vaginali. Gli studiosi asseriscono che la medicina odierna stia riscoprendo le virtù terapeutiche utilizzate secoli fa. Enrico Malizia, nel testo “Ricettario delle streghe”, scrive: “Ricorderò – ad esempio – l’azione terapeutica della Rauwolfia, individuata scientificamente quarant’anni fa; della Vinca, i cui effetti antitumorali sono stati scoperti e documentati circa trent’anni fa; degli antibiotici derivati da miceti (muffe) da cui, ancora oggi, ogni anno vengono isolati nuovi farmaci.”.

(…) in un unguento per volare, scopriamo che gli elementi utilizzati erano per lo più allucinogeni (foglie di pioppo, stramonio o erba morella), il che spiegherebbe il motivo per cui molte persone dichiaravano di “spiccare il volo” per raggiungere le cosiddette assemblee delle streghe.

Le streghe, contrariamente a quanto si pensi, probabilmente si rifacevano ad usi e costumi tramandati dalla medicina popolare o di “corte”, ad esempio, nei ricettari romani (III secolo d.C. circa) troviamo l’uso di organi animali per combattere l’incontinenza, l’impotenza, la lombaggine ecc.

Il vocabolo “fascinazione” trae la sua origine da un antico amuleto romano chiamato “fascinum”, un oggetto fallico contro la malasorte da appendere al polso, da cui risale anche il gesto di “toccarsi” o toccare il corno.

Le streghe di campagna”, oltre che a curare, praticavano la magia, seguendo influssi lunari e astrali. La “parola”, come avviene in tutte le religioni o credenze, era molto importante. In un vecchio scongiuro anonimo siciliano si legge:

Verbu” sacciu e “Verbu”vogghiu diri.

Di “Verbu” s’incarnau nostru Signuri

Ccu lu sapi e non lu dici.

Setti cappati di focu e ddi pici.

Ccu lu dici tri boti a lu capizzu

Veni scansatu di lu trimulizzu.

Ccu lu dici tri boti a la via

Veni scansatu di la mavaria.

Ccu lu dici tri boti a la notti

Veni scansatu di la mala morti.

Ccu lu dici tri boti a lu iornu

Veni scansatu da li peni du ‘nfernu.

TRADUZIONE

Verbo conosco e Verbo voglio recitare.

Nel verbo si è incarnato nostro Signore

Chi lo sa e non lo dice

(abbia) sette impiastri di fuoco e pece.

Chi lo dice tre volte al capezzale

Viene preservato dai terremoti.

Chi lo dice tre volte per la via

Viene preservato dalla magia (inteso come malocchio. Mavara= maga, strega)

Chi lo dice tre volte la notte

Viene preservato dalla mala morte.

Chi lo dice tre volte al giorno

Viene preservato dalle pene dell’inferno.

Questa invocazione anonima appartiene ad un genere alquanto diffuso in molte culture, la gente ha spesso cercato di risolvere con preghiere, superstizioni e formule magiche i problemi che la vita presentava.

Il brano, intitolato “Verbu”, è stato raccolto nel 1978 da Concetto Del Popolo, che l’ha trascritto dalla viva voce delle sue zie, ed era già stato pubblicato nel secolo scorso da un grande studioso di tradizioni, il palermitano Giuseppe Pitrè. La parola magica che sostiene tutto il testo è “Verbu”, questo vocabolo è un’eco dell’inizio del Vangelo di Giovanni, che un tempo si leggeva in latino in tutte le messe. In questo testo diventa segno d’invocazione, col quale ci si libera dai pericoli terreni, un misto dunque di sacro e profano, tema caro alle streghe italiane. Il riferimento natalizio non è casuale, perché questa notte nella cultura popolare assume una funzione magica.

La magia si attua soltanto se “Verbu” viene ripetuto per tre volte (tri boti), un numero magico, ritenuto sacro, insieme al sette (setti). In una fiaba di Rovigo si racconta che dinanzi ad una strega in punto di morte, si debba recitare per la sua anima tre Avemaria.

“… C’era sempre una donna di casa attenta, perché sul letto di morte la strega lascia in eredità i pegnatini, il suo potere magico. Questa persona recitava: – Ave Maria, grazia plena, Dominustecum, benedetta tu bulieribus… – e quando arrivava al benedetta tu bulieribus, la strega morente diceva: – Te renuncio i miei bùssuti -, i pentolini con cui faceva le stregonerie. Le streghe, quelle vere, si portavano a casa la particola del Santissimo e la mettevano in un pegnatino e la facevano bollire per ricavarne i loro misteriosi interventi.” (da “Leggende e racconti popolari del Veneto” di Dino Coltro)

Alcuni studiosi teorizzano, come Andrea Romanazzi, che i santi e il cristianesimo siano entrati nell’operato della strega come collegamento tra le antiche religioni e quelle moderne, di natura monoteista. I Santi non sarebbero altri che le antiche divinità pagane. In molti pensano che le funzioni equinoziali di Mithra-Sole siano state ereditate, e in qualche modo incorporate, da San Michele, la cui festa cade nel periodo successivo all’equinozio autunnale ed è simile simbolicamente alla fine della stagione luminosa (nei culti agrari).

All’inizio di febbraio i celti d’Irlanda festeggiavano Imbolc, effettuando riti propiziator (…). Tali cerimonie avvenivano nel nome della Dea Brigid, patrona del fuoco e guaritrice. Con l’avvento del cristianesimo, Imbolc fu perseguitata dalla Chiesa, in modo da snaturarne il significato, difatti per il calendario cristiano in Irlanda, proprio in quei giorni, si festeggia una santa che, guarda caso, si chiama Brigida.

Nel testo “Celti” di Murry Hope, la saggista propone una preghiera latina alla Dea Terra e alla divinità della guarigione, trovata in un erbario inglese del dodicesimo secolo: “Terra, Dea divina, Madre Natura, che generi tutte le cose e ogni volta generi il sole che hai donato ai popoli; Guardiana del cielo e del mare e di tutti gli Dei e poteri; tramite la tua influenza tutta la natura si placa e scivola nel sonno… E ancora, quando ti aggrada, invii la liete luce diurna e nutri la vita con la tua eterna certezza; e quando lo spirito trapassa, a te ritorna. Sei giustamente chiamata Grande Madre degli Dei; la Vittoria è nel tuo divino nome. Sei la fonte della forza di popoli e Dei; senza di te nulla può nascere né esser reso perfetto; sei potente, Regina degli Dei. Dea, io ti adoro in quanto divina, invoco il tuo nome; prometti di concedere ciò che ti chiedo, affinché io possa rendere grazie alla tua divinità, con la fede che ti è dovuta…”.

Non possiamo sapere con esattezza l’attendibilità della fonte, visto che Murry Hope avvolge la cultura celtica, come altri autori moderni, in un alone di romanticismo, tuttavia è interessante costatare come la cultura britannica o nord Europea si discosti, a mio avviso, da quella italiana. La nostra tradizione si basa soprattutto su scongiuri e preghiere cristiane, quella irlandese, ad esempio, è ancora impregnata di fate e “guaritrici”, un vero richiamo all’antica tradizione celtica, o a quello che ne rimane.

Un altro punto che richiama la mia attenzione è il verso “… prometti di concedere ciò che ti chiedo, affinché io possa rendere grazie alla tua divinità…. In magia la preghiera diventa quasi un “ricatto”, in modo da suggellare quello che si chiede, con chiarezza, senza tanti giri di parole. Charles Leland lo aveva appreso bene, tanto che ne “Il Vangelo delle Streghe” si legge: “… Se io avrò da te questa grazia dammi un segno, ti prego! Quando sarà passato il terzo giorno, fammi sentire o vedere un vento ululante, una pioggia battente, o il rumore di grandine sulla pianura; fino a che questi tre segni non mostrerai, nessuna pace, Diana, tu avrai.”

I luoghi preferiti dalla streghe sono: il bosco, la cima dei monti e i crocicchi delle strade solitarie e buie. Le foreste sacre erano numerose e vaste in Europa. Per molti secoli avevano racchiuso i santuari del “paganesimo”, finché la Chiesa non iniziò a neutralizzare “l’idolatria” con nuovi insediamenti. Il Cristianesimo riuscì ad sradicare il culto degli alberi, ma non fu in grado di annullare le leggende ed il folclore che quel culto aveva concepito. Ci sono molte storie di bastoni che, se collocati a terra, improvvisamente rifioriscono. Nonostante questo potere sia stato attribuito a figure come quelle dei santi, in verità proviene da antiche reminiscenze. Nel mondo celtico, benché storicamente sia una festa gaelica, Beltane, il primo di maggio, segnava il trionfo del sole sulle tenebre. Nel nord Italia la tradizione mantenne il carattere commemorativo della fertilità, attraverso sfilate e processioni: le ragazze tenevano in mano un ramoscello verde (il maio) e proclamavano la regina di maggio; le famiglie portavano un cespuglio davanti l’uscio di casa; molti paesi innalzavano “l’albero di maggio” in mezzo alla piazza. Frazer, ne “Il ramo d’oro”, ci rammenta che i primi di maggio le famiglie mettevano davanti alla porta di casa un ramo verde, ricoperto di fiori gialli; nei paesi ricchi di legname s’innalzavano alberi che venivano rinnovati durante l’anno. Nel Northamptonshire, a Calendimaggio, il costume era quello di piantare dinanzi ad ogni casa un albero giovane, alto una dozzina di piedi, gettare fiori sui rami e sulle porte. Sempre in Inghilterra, nel nord, i giovani si alzavano poco dopo la mezzanotte la mattina del primo di maggio per recarsi nei boschi, a raccogliere ghirlande di fiori, a suon di corni e musica. Infine, verso l’alba, appendevano il tutto alle porte e alle finestre.

Giuseppe Pitrè racconta: “… Rientrate in città, quelle famiglie, dei fiori raccolti formano un gran mazzo e lo espongono alla finestra, ravvolto il fusto con nastro a lunghi nastri. Quei fiori sono detti ciuri di maju, margaritine gialle, delle quali sono allora coperti tutti i prati. Lo stesso facevano dei medesimi fiori la notte del 30 aprile quei di Monte S. Giuliano (l’antico Erice) mescolandovi qualche rosolaccio; ed alla prima alba del nuovo giorno in comitive tornavano nel Comune cantando: Vinni Maju, vinni amuri. ‘N cumpagnia di rosi e ciuri, Bedda mia, cunzolatinni. Vinni Maju, vinni amuri. Cu l’irvuzzi , cu li ciuri… (venne maggio, venne amore, in compagnia di rose e fiori, bella mia, consolatene…) (…) Giunti la comitiva alla Loggia si scioglieva. In Castelvetrano, brigatelle di uomini e donne la mattina del primo di maggio vanno per fiori e ne ornano ed abbelliscono le loro case non senza trepidazione per possibile mala ventura se presto avvizziscono. (…) Meglio nella terricciuola di S. Carlo, tra il confine della provincia di Palermo e Girgenti. La solita gita notturna alla campagna, la solita raccolta, che qui è piuttosto una falciata di fiori di Maggio. Pavimenti, masserizie, porte, balconi, tutto ne vien coperto e infrondato…”.*

La destinazione al culto del biancospino alla Madonna nasce da una più remota tradizione pagana; i Romani avevano dedicato questa pianta alla Dea Maia, che governava il mese di Maggio (Maggio prende il nome da Maia Maiestas, la Dea della primavera), mentre i Greci decoravano gli altari con i suoi fiori. Nel Medioevo si utilizzò il biancospino come albero di maggio, che veniva innalzato nelle piazze dei paesi, decorato con oggetti che rimandavano alla fertilità. L’attuale albero della cuccagna non è altri che un richiamo ad usanze portate avanti per secoli.

Ci sono molteplici tradizioni arrivate fino ai nostri giorni: nel folklore inglese se due innamorati staccano un ramo d’alloro, lo spezzano a metà, e ne custodiscono un pezzo, si ameranno per sempre; gli zingari stendono i panni delle future mamme sotto ai rami di betulla, se cadrà una foglia nascerà una bambino, se cadrà un ramo nascerà un maschio; ad Halloween i ragazzi e le ragazze “s’immergono” in una tinozza piena d’acqua a caccia di mele.

Le mele le troviamo nella cultura greca: le mele delle Esperidi, nel cui giardino crescevano d’oro, venivano custodite dalle ninfe Esperidi e difese da un drago; Paride donò una mela d’oro ad Afrodite.

Nel Galles, ad Halloween, le ragazze si mettevano davanti ad uno specchio, con una mela tagliata a metà, aspettando il riflesso del futuro marito, quasi certamente un richiamo ad antiche usanze celtiche.

Il bosco e l’acqua sono connessi strettamente alla figura delle strega, ma già nell’antichità possiamo trovare questi elementi nelle varie culture europee.

Nei racconti britannici l’acqua viene spesso descritta come “ingresso” per l’Altro Mondo. Una leggenda narra che coloro che vivono lungo la costa atlantica hanno il compito di trasportare le anime. Nella mitologia greca le Naiadi erano le ninfe dell’acqua, secondo alcuni sarebbero state le figlie del dio del fiume nel quale risiedevano. Le Naiadi erano in grado di guarire gli infermi; coloro che facevano il bagno nelle loro acque venivano puniti. Nella cultura slava troviamo la Rusalka, la ninfa dell’acqua, una bellissima ragazza nuda dalla pelle lunare, capace di sedurre col suo canto i viandanti. La Rusalka in realtà era l’anima di una ragazza annegata. Probabilmente prima dell’avvento del Cristianesimo, la creatura acquatica era stata associata alla fertilità, in seguito collegata ai morti. I fiumi, i mari e i laghi nella cultura slava rivestirono un ruolo notevole, ogni corso d’acqua aveva un proprio spirito, vodyanoi, una creatura attempata, ricoperta di fanghiglia e con la barba verde. Quando il vodyanoi era contento conduceva i pesci nelle reti, quando era ubriaco provocava alluvioni.

Nei miti slavi vi era una forte influenza matriarcale, spesso la protagonista era una donna forte e saggia, come la regina Maria Morévna, l’eroina di molti racconti. Con i cambiamenti sociali e l’influenza cristiana, le donne persero quel ruolo. La sacerdotessa, come avvenne in quasi tutte le culture europee, mutò in strega.

Cernunno (il dotato di corna) per i Celti fu una divinità assai importante, era il dio dell’agricoltura, degli animali, della natura e degli Inferi, e divenne, con Priapo (divinità greco romana) e Pan (divinità greca), la rappresentazione del diavolo.

Le assemblee dei sabba, nell’iconografia classica, si svolgevano presso radure o alberi, come il Noce di Benevento; la Dea Diana (dea italica, latina e romana), sotto la Chiesa, venne raffigurata come personificazione del male, in quanto simboleggiava la natura e i boschi.

Le principali feste pagane, come quelle celtiche, furono reinterpretate dal cristianesimo: Imbolc (1° o 2 febbraio) festa consacrata alla Dea Brigit, divenne una ricorrenza di santa Brigida; Beltane (1° maggio), sotto l’influenza del dio Bel, diventò per i tedeschi la notte di Santa Valpurga (30 aprile, 1° maggio); Lughnasadh (1° agosto), venne ribattezzata Lammas (festa dei pani dal vocabolo loaf-mass); Samhain (31 ottobre), che segnava la fine dell’anno agricolo e il principio di quello seguente, prese il nome di Ognissanti o Halloween. La Candelora (2 febbraio), la festa che celebra la Presentazione del Signore/Presentazione al tempio di Gesù (chiamata anche Purificazione di Maria) trae la sua origine da un’antica cerimonia romana, “I lupercali” (15 febbraio): in entrambe si accendono luci ed entrambe trattano di “purificazione”. Nella tradizione germanica precristiana il 21 dicembre si festeggiava Yule, che venne trasformata nel giorno di Natale dai missionari. I simboli moderni, come l’agrifoglio e lo stesso albero di Natale, potrebbero provenire da Yule. I termini “Easter”, in inglese, e “Oster”, in tedesco, per indicare la Pasqua, derivano dalla Dea germanica Eostre, portatrice di fertilità, associata all’equinozio di primavera. Ad Eostre si debbono le varie raffigurazioni di questo periodo come le uova e la gallina.

La statua della Madonna di Piedigrotta (Napoli) andò a sostituire l’antico altare consacrato al Dio Priapo, i culti a lui dedicati (la notte del 7 settembre) divennero una devozione a S. Maria dell’Idra.

Nei paesi di cultura slava avvenne la stessa cosa, i riti primaverili corrispondevano alla Pasqua ortodossa, le calende invernali furono rimpiazzate dal Natale, mentre la festa di Jarilo (divinità pagana maschile) diventò il giorno di San Giovanni.

I mesi del calendario hanno una matrice pagana, basti pensare ad Aprile, che risale dal greco Aphros, il nome della Dea Afrodite, e molte celebrazioni dedicate a San Giorgio o a San Giovanni hanno richiami precristiani.

In Romania, ancora oggi, il 24 giugno, si celebra la Dragaica, una festa pagana che precede il raccolto.

I sabba medioevali vennero associati ad alcune celebrazioni romane dedicate alla Bona Dea, la Madre Terra, così gli inquisitori legarono per sempre le streghe al Diavolo.

Massimo Centini** ricorda che già la tradizione giudaica collegò la donna alla stregoneria e che i Padri della Chiesa continuarono nella più imperante misoginia. San Paolo, nella Prima lettera a Timoteo, scrive: “La donna ascolti l’istruzione in silenzio con piena sottomissione. Non permetto alla donna di insegnare e di dettare la legge all’uomo, ma se ne stia in silenzio.”

Nelle illustrazioni classiche troviamo la strega svolazzante nel cielo a cavallo di un bastone od una scopa, quest’ultima rappresentava il carattere femminile, sottolineando così l’egemonia delle donne tra le streghe. Questo strumento era legato ai riti agrari o ai culti della fertilità, ed evocava antichi echi pagani, come il tridente o il forcone di Poseidone o Nettuno, che furono associati al Diavolo. La scopa, come il bastone, era un simbolo fallico, e quindi si addiceva alle scene orgiastiche dei sabba. A detta di Jacques Brosse***, in Europa, dove abbondano le betulle, si legavano insieme rametti di questa pianta (albero sacro agli “sciamani”), mentre nel sud del paese si utilizzavano rami di ginestra, tanto che il vocabolo francese per indicare la scopa è balai, che deriva dal gallico banatlo (ginestra).

Nell’Inghilterra medioevale le scope erano considerati oggetti femminili. Quando una donna non era in casa poneva la scopa fuori dalla porta; a Guardiola (Abruzzo) la strega non riesce ad uscire da una stanza se qualcuno rovescia una scopa; In Valle Aurina (Alto Adige) il 15 agosto viene confezionata una scopa con erbe aromatiche e fiori di campo, e una volta benedetta, si conserva per proteggersi dai temporali; nelle Marche, la notte di San Giovanni, la scopa di saggina viene utilizzata per allontanare le streghe.

La bacchetta magica è entrata nell’immaginario della letteratura fantasy, viene utilizzata soprattutto da maghi e fate, e anche le strega sembra non sia immune al suo fascino. Il vocabolo bacchetta deriva dal latino baculus o baculum (bastone/pene), quella delle fate dovrebbe essere priva di nodi. Il fuso usato dalle Parche per determinare il fato è un semplice bastoncino; la parola “fuso” viene dalla radice da cui nasce fustis (bastone, pene e palo), radice che ha creato il vocabolo greco phyo (spuntare, far crescere).

Andrea Romanazzi, nel testo “La stregoneria in Italia”, scrive che il dono fallico per eccellenza in alcune zone dell’Italia era il fuso o la canocchia, dal manico lavorato con simboli d’amore.

Lo scettro, il bastone e la bacchetta magica si trovano in molte culture, ad esempio nell’antico Egitto o nell’Odissea (la maga Circe).

La bacchetta magica dovrebbe essere di: nocciolo (famosa quella dei rabdomanti); mandorlo (considerato l’albero più saggio); quercia, sambuco e altre piante considerate sacre.

Il cappello della strega potrebbe nascere dalla precedente iconografia della fata medievale, che indossava un copricapo a punta proveniente dalle Fiandre, Hennin; altri ipotizzano, che derivi dalla Dea greca Hestia (Vesta per i romani).

Il calderone è uno degli oggetti più utilizzati dalla strega. Malgrado i racconti popolari, Margaret Murray**** ci ricorda che compare di rado nei processi. Nella mitologia celtica vi sono svariati calderoni magici e della rinascita: quello di Bran, dove vengono gettati i guerrieri morti, per risorgere il giorno successivo; quello dei Tuatha Dé Dannan, che portano con sé quando vanno in Irlanda, se non viene utilizzato serve da contenitore per la lancia di Lugh, e ancora, il calderone della conoscenza di Ceridwen. Un calderone celtico è giunto fino a noi, ed è quello di Gundestrup, trovato nel 1891, nello Jutland (nord della Danimarca). Le figure enigmatiche delle 13 piastre che lo compongono lo rendono un indiscusso reperto della protostoria europea. Cernunno primeggia tra una serie di oggetti e simboli del costume celtico. La datazione di questo oggetto è fissata al 100 a.C., ed è stato attribuito ai Celti Scordisci, una tribù che si stanziò nella regione dei Traci.

A Villa Arbusto, Lacco Ameno, nel museo archeologico si trova un reperto, che richiama la leggendaria coppa di Nestore, una sorta di Graal dell’epoca omerica. Sul frammento di Kotyle (una tazza piccola, non più grande di dieci centimetri), importato da Rodi nel VIII sec. a.C., si legge: “Di Nestore io sono la coppa buona, chi berrà da questa coppa, subito sarà preso dal desiderio di Afrodite dalla bella corona”. (…) In un racconto si narra che, in Cornovaglia, la strega di Fraddam si dilettava a mescolare bevande magiche nel suo calderone; i contadini mormoravano che le fattucchiere avrebbero potuto bollire una tempesta in immensi recipienti; le streghe di Shakespeare, nel “Macbeth”, cucinano strani intrugli nel calderone; nel veneto i “bùssuti” sono i pentolini con cui le strie facevano le stregonerie; in Sicilia la pentola magica si chiama “pignattedu”; Murray, nel testo “Il dio delle streghe”, scrive: “Il caldaio non serviva soltanto per i riti magici, veniva anche usato a fini più modesti come cuocere il cibo ai Sabba. – C’era un grosso caldaio sul fuoco dove tutti andavano a prendere la carne – dichiararono le streghe francesi a Boguet.”.

* “Leggende, usi e costumi del popolo siciliano” di Giuseppe Pitrè

** “Le streghe nel mondo, storia – credenze popolari, riti e simbologia – i grandi processi” di Massimo Centini

*** “Mitologia degli alberi, dal giardino dell’Eden al legno della Croce” di Jacques Brosse

**** “Il Dio delle streghe” di Margaret A. Murray

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