Intervista a Francesco Scarlata

C’è un momento, in ogni giorno della nostra vita, in cui il tramonto e l’alba si confondono, un attimo in cui i colori della discesa e della rinascita sono identici.

Francesco Scarlata mi ha dato l’opportunità di leggere “La maledizione dell’esorcista“. Dopo qualche incertezza, dovuta al cattivo rapporto che ho con il tema “esorcismi”, ho assaporato ogni singola pagina, dalla prima all’ultima. L’elemento che fa da fil rouge a questo libro è la battaglia tra il bene e il male. L’autore, come ho scritto altre volte, ha la capacità di trasportare il lettore all’interno delle sue storie. I personaggi sono descritti bene, i dialoghi sono curati, la scrittura è potente. Scarlata non si accontenta di scrivere un racconto dell’orrore, lo riempie di citazioni, dettagli e aneddoti. Si addentra nella storia e la ingoia.

… C’era chi diceva fosse maledetta, chi pensava fosse teatro di sacrifici umani, chi ancora vedeva strani bagliori durante le notti di luna piena. Di certo, in quella casa, dopo la scomparsa della signora White, nessuno volle metterci più piede.

“Sai cosa diceva sempre mio nonno?” chiese Collins.

“No”.

“Anche il più idiota degli atei non resta indifferente agli alberi di Natale”.

Alla fine non ti sembra di leggere un romanzo, ma di guardare un film. Questo è quello che dovrebbero fare i veri scrittori, trasportarci nei loro sogni o incubi.

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Intervista a Francesco Scarlata

Molti scrittori sposano un genere (poliziesco, horror ecc), tu invece riesci a passare dall’horror al gotico e dal gotico al fantasy in modo esemplare. Come ci riesci?

Non credo si tratti di un passaggio che possa rientrare in qualche definizione precisa. Di certo amo entrambi i generi, il fantasy e l’horror. Poi lascio che siano le parole a fare il resto; faccio in modo che si adattino all’argomento che voglio affrontare. L’importante è possederlo: se si possiede l’argomento, le parole vengono da sole, e da sole assumeranno la forma – da cui il genere – che meglio si adatta al contenuto.

Ne “La ragazza che viveva nel libro” trasmetti il profumo dei libri, la sensazione che si prova quando si viene trasportati in un’altra epoca, in un altro mondo. In che modo le tue letture ti hanno influenzato per la stesura di questo racconto?

Per quanto riguarda “La ragazza che viveva nel libro”, l’ispirazione è venuta principalmente dal teatro. Si tratta di una storia che ho iniziato a scrivere circa dieci anni fa, e cioè in un periodo in cui amavo molto andare a teatro. Mi affascinava l’idea che le parole di un copione si trasformassero in qualcosa di vero. Il teatro non è finzione. Attraverso il teatro, le parole diventano cose e persone reali che si muovono in uno spazio e in un tempo che sono veri in quanto percepiti come tali da chi osserva. È una vera magia, ed è così che ho pensato di trasportare il tutto all’interno di una situazione “libresca”, per così dire. Amo i libri. Li amo come “cose”, come oggetti che alla sola vista o al solo tatto regalano gioia. Ne “La ragazza che viveva nel libro” c’è tutto questo amore. Ma per raccontare l’amore devi scavare, andare a fondo, tornare indietro nel tempo. Così ci ho messo dentro tutte le atmosfere che più mi emozionavano da bambino: un’Inghilterra d’altri tempi, un Natale dalle tinte dickensiane, i pirati, la Storia Infinita, Narnia, Cuore d’Inchiostro… e poi non poteva mancare lui: Sherlock Holmes, il mio personaggio letterario preferito! Amavo Sherlock da piccolo e lo amo tutt’ora. E niente, volevo che lo sapesse! Così ho pensato di omaggiarlo in qualche modo. Ho pianto, scrivendo le frasi dell’ultima pagina. Ho pianto perché ero riuscito a dire a Sherlock che gli volevo bene.

Come è nata l’idea per “Scriviamo perché non siamo soli: Storie di fantasmi”?

“Scriviamo perché non siamo soli”. Mi piace la scrittura. E mi piace che sia un mestiere, un lavoro vero e proprio, non solo un modo per passare il tempo. Cosa fa uno scrittore? Quanto è influenzato dalla realtà? Fino a che punto è disposto a spingersi pur di raccontare la “sua” storia? Deve necessariamente credere in ciò che scrive o è sufficiente che lo credano gli altri? E poi la domanda la cui risposta dà il titolo alla raccolta: perché scriviamo? Scriviamo perché non siamo soli, questa è stata la mia prima risposta. E subito si è accesa una lampadina! Perché non siamo soli? È stato così che ho pensato ai fantasmi… Questo è esattamente un esempio di ciò che dicevo prima: le parole si adattano al contenuto, così viene fuori il genere. Avrei potuto trattare la faccenda della scrittura in un altro modo, ma giocare sul doppio senso del “non essere soli” ha prevalso su tutto il resto.

Premesso che “L’esorcista” sia l’unico film dell’orrore che evito di guardare (sono passati circa 20 anni dall’ultima volta che l’ho visto), dopo varie titubanze, ho trovato il tuo racconto, “La maledizione dell’esorcista”, sorprendente. I nomi Linda e Megan suppongo siano un omaggio alla pellicola del 1973 (Regan, la bambina posseduta, e Linda Blair, l’attrice che la interpreta). Tuttavia, per umanità e stile narrativo, ho trovato più similitudini, concedimi il termine, con la serie televisiva del 2016. E’ una mia impressione?

Hai centrato il punto. “La maledizione dell’esorcista” è un omaggio al romanzo che per me è l’horror per eccellenza: “L’esorcista” di William Peter Blatty. Il tema della possessione demoniaca mi affascina, e i miei passati studi filosofici mi hanno spesso portato a farmi domande sulla fede e sul rapporto tra il bene e il male. D’altra parte, però, si tratta di un argomento molto insidioso. Il rischio è infatti quello di essere banali, considerando soprattutto di dover “competere” col predecessore indiscusso. Il mio racconto deve molto al cinema e alle serie tv. In particolare, la serie “The Exorcist” del 2016 è stata fondamentale. Dentro c’è un approccio all’esorcismo diverso da quanto si è generalmente abituati a pensare. Partendo da lì ho deciso quindi di approfondire il tema e spingermi oltre, fino alle estreme conseguenze…

Cos’è per te “la paura”?

La paura è il campanello d’allarme che ci ricorda quanto sia importante la vita. La nostra e quella delle persone che amiamo.

Come nasce la tua passione per la scrittura?

La mia passione per la scrittura la devo ad Ernest Hemingway. Dopo aver letto “Il vecchio e il mare” mi sono reso conto di quanto potevano essere potenti le parole. In sole cento pagine, l’autore, con un linguaggio estremamente semplice, era riuscito a raccontare la cosa più difficile di tutte: la vita. È stato allora che ho provato a guardare per la prima volta un foglio bianco sperando di trovare il mio riflesso.

Quali sono i tuoi autori ideali?

La lista dei nomi è piuttosto lunga, ma certamente tra i miei autori preferiti meritano un posto speciale: Hemingway, Tolkien, Dickens, King, Conan Doyle e Blatty.

Quando scrivi segui una scaletta o i racconti escono da soli?

Mi piace vedere la fine delle cose. In genere è questo che mi spinge a scrivere una storia. La inizio soltanto se ne vedo la fine. Questo non vuol dire che il finale non possa cambiare, ma è il fatto di avere un obiettivo da raggiungere che mi porta a cominciare.

Parlaci un po’ di te

Sui libri credo che ormai non ci siano dubbi: sono la mia vita! Cos’altro vi posso dire? Mi piace stare in compagnia, amo ascoltare le persone e mi preoccupo affinché gli altri si trovino sempre a proprio agio nel confidarsi con me. Ho una passione sfrenata per il cinema e le serie tv, e le serate ideali sono quelle passate sul divano a guardare film e sgranocchiare pop corn. Gruppo preferito? I Beatles, naturalmente! Per tutto il resto, ci sono le mie storie. Se ci guardate dentro, siate certi che sarò lì ad aspettarvi!

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Ringrazio Francesco Scarlata per l’intervista (la disponibilità e la simpatia)

Intervista di Francesco Scarlata e Simona Matarazzo

Immagini di Francesco Scarlata e Simona Matarazzo

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I libri di Francesco Scarlata:

Tolkien lingue elfiche e mito

La ragazza che viveva nel libro

Scriviamo perché non siamo soli: storie di fantasmi

La maledizione dell’esorcista

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Contatti: https://www.instagram.com/silme_writing/

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Le mie recensioni:

La ragazza che viveva nel libro

Scriviamo perché non siamo soli: storie di fantasmi

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